Virus, italiani chiusi in casa e decide di stranieri ammassati in piazza: a Trieste non si rispettano le norme anti-contagio




Di Giovanni Tommasin – TRIESTE Stanno in fila a decine, all’ingresso del Porto vecchio, in attesa di un pasto, cure mediche, qualche vestito dato loro dai volontari. Ogni tanto la pattuglia dei vigili passa a controllare che le distanze di sicurezza contro il contagio siano rispettate. È la situazione che dallo scorso fine settimana si ripete ogni giorno, prima in piazza Libertà, ora dietro la stazione dei bus.

Molte delle persone in fila sono i migranti che, prima del coronavirus, arrivavano a Trieste dalla rotta balcanica e partivano senza fermarsi verso la Germania o la Francia. Ora però, l’emergenza li ferma qui. Esterni ancora al sistema dell’accoglienza così come a ogni altra rete sociale, non hanno un luogo in cui accodarsi alla quarantena. Una ventina di volontari dell’associazione Linea d’ombra, assieme a due medici dell’associazione Don Chisciotte, fornisce loro un pasto, cure mediche primarie, qualche capo di vestiario. Secondo le loro stime sono circa un centinaio. (…)

Ma le istituzioni dove sono? Tecnicamente si tratta di persone che non sono ancora entrate nel sistema di accoglienza, di pertinenza della prefettura. Spiega il prefetto Valerio Valenti: «La questione migratoria è gestita dalla prefettura attraverso il sistema di accoglienza. Queste persone però devono fare richiesta di asilo per accedervi. I senza fissa dimora sono pertinenza comunale, come in tutta Italia. Siamo in contatto con il Comune e abbiamo sollecitato l’apertura di un centro diurno. Questo consentirebbe a noi di identificare queste persone e avviare le procedure di richiesta di asilo o, in caso contrario, di espulsione. Noi siamo pronti a collaborare».

Nei giorni scorsi, in effetti, il sindaco Roberto Dipiazza aveva annunciato l’imminente riapertura del centro di via Udine. Dice ora però il vicesindaco Paolo Polidori: «Intanto li abbiamo spostati da piazza Libertà. Tanti sono persone già incluse nell’accoglienza diffusa, che hanno un tetto. I gestori di quegli appalti dovrebbero assumersene la responsabilità. Per gli altri la soluzione sarebbe una struttura di quarantena, spazi e risorse ci sono, manca però il personale sanitario, indispensabile altrove ora».

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