Toghe rosse salvano i clandestini, sentenza choc: “Basta dichiararsi gay per ottenere lo status di rifugiato”





di Penelope Corrado – “Non è necessario indagare quale sia l’effettivo orientamento sessuale del soggetto richiedente asilo, essendo sufficiente il modo in cui lo stesso viene percepito nel paese d’origine e la sua idoneità a divenire fonte di persecuzione”. Con questa motivazione la corte d’appello del tribunale di Trieste ha salvato un migrante (dichiaratosi gay) dall’espulsione, concedendogli lo status di rifugiato. In Gambia, infatti, l’omosessualità è un reato punibile fino a 14 anni di galera. Tutto questo nonostante i dubbi sul fatto che fosse effettivamente omosessuale.

In due sedi l’omosessualità del gambiano era apparsa dubbia


Ne dà notizia oggi Il Gazzettino, ripercorrendo la vicenda processuale, che crea un importante precedente giuridico per i casi a venire. Il migrante, oggi 23enne, era arrivato in Italia tre anni fa e all’arrivo nel nostro Paese si era reso conto di essere gay. Ma né la Commissione di Gorizia né il Tribunale di Trieste gli avevano creduto. Avevano, in pratica, ritenuto che il cittadino africano avesse mentito solo per avere lo status di rifugiato.

La Corte di Appello ha ribaltato le precedenti decisioni

La prima sezione civile della Corte di Trieste ha invece reputato che le imprecisioni fossero “marginali”, in quanto “l’elemento essenziale” era un altro: «Ai fini del riconoscimento della protezione internazionale per ragioni legate all’orientamento sessuale non è necessario indagare quale sia l’effettivo orientamento del soggetto, essendo sufficiente il modo in cui lo stesso viene percepito nel paese d’origine e la sua idoneità a divenire fonte di persecuzione». Il rischio è evidente: quanti migranti si dichiareranno gay, in futuro, solo per avere lo status? Se non bisogna indagare, come verrà smascherato il loro inganno?

In Gambia chi è gay richia la galera

In Gambia, come in altre 70 nazioni del mondo, l’omosessualità è un reato. Essendo stato «ritenuto sussistente un fondato timore di persecuzione», nei confronti del 23enne gambiano non sono scattate le semplici protezioni umanitaria o sussidiaria, ma è stato disposto lo status di vero e proprio rifugiato. Inoltre, il ministero dell’Interno, è stato condannato a pagare oltre metà delle spese di lite.

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