Stavolta anche nel Partito Democratico si sente aria di elezioni: “Meglio ridare la parola agli elettori”




 – L’aria di crisi soffia fin dentro il quartier generale del Pd, che ha finora blindato i serramenti per non farla entrare. Ma le tensioni quotidiane tra renziani e M5s, con in mezzo il premier Conte, hanno raggiunto livelli che non si possono più schivare facendo finta che sia tutto normale. Tanto che torna, esplicitamente, nelle parole dei vertici Pd l’idea di chiudere l’esperimento di governo con i grillini e tornare al voto.

Lo dice Nicola Zingaretti, dopo aver messo le mani avanti – «non ho elementi per dire che ci sia una crisi di governo» -, ma nel caso lo fosse «è evidente che la fine del governo coincide con la fine della legislatura». Insomma se cade Conte si vota, almeno questa è la linea attuale del segretario Pd. É vero però che non si tratta certo della prima volta che la maggioranza giallorossa si impalla, nè della prima minaccia di far saltare tutto, una pratica anzi quotidiana, con Italia Viva nel ruolo di disturbatore del governo per guadagnare visibilità e spazi nell’area moderata (e sondare il terreno per una maggioranza alternativa con il centrodestra). A leggere le dichiarazioni degli esponenti Pd (per giunta di varie correnti) e dei renziani si direbbe che la maggioranza abbia i minuti contati. «Questa maggioranza ha davanti a sé un progetto, se questo progetto non si riesce a realizzare bisogna prenderne atto e ridare la parola agli italiani» tuona Graziano Delrio, capogruppo Pd alla Camera, che qualche tempo fa stimava a zero le possibilità di un accordo di governo tra Pd e M5s (del resto era stato l’impegno solenne di Zingaretti: «Lo dirò davanti a tutti e lo dirò per sempre, mi sono persino stancato di dire che non intendo favorire nessuna alleanza o accordo con i Cinquestelle»). Ma se – almeno a parole – il presidente dei deputati Pd è pronto a staccare la spina al Conte bis, altrettanto definitivo appare il tono di un altro dem, il vicesegretario del partito Andrea Orlando, per il quale lasciare il governo «impantanato all’infinito» sulla prescrizione «non è un bene per il governo, ma i governi possono cambiare e si può andare a votare» dice a SkyTg24. Elezioni dunque, oppure un altro governo ottenuto dall’aritmetica parlamentare? «Non siamo interessati a questo disegno» risponde Orlando a proposito dell’ipotesi di dar vita a nuove maggioranze in caso di crisi.

Tanto tuonò che finora non piovve. Nella maggioranza gli specialisti nella disciplina sono i renziani. Quando non è direttamente Matteo Renzi a lanciare avvertimenti e minacce di rottura, tocca a Maria Elena Boschi. «Noi siamo per l’appoggio pieno al governo Conte, ma se qualcuno ci considera di troppo, se le nostre idee danno fastidio, possiamo lasciare appena Conte ce lo chiede. Per noi si sta dentro il governo, se Conte e il Pd ci vogliono fare fuori, lo dicano» avverte l’ex ministra. Renzi è stato il vero ispiratore del ribaltone dal Conte 1 al Conte 2, è stato lui – così racconta – a convincere il Pd a buttarsi nelle braccia di Di Maio, e al momento Italia Viva è il partito che meno vuole le elezioni, insieme al M5s ormai a pezzi.

Stavolta però sembra più seria del solito. Il ministro Dario Franceschini, capo delegazione Pd al governo, ieri sera ha riunito con urgenza a Palazzo Chigi i ministri dem per discutere della situazione nella maggioranza, anche alla luce della notizia di una telefonata tra Conte e Mattarella. Un altro esponente Pd con un ruolo di peso nell’esecutivo, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, non si scompone più di tanto. Renzi porterà davvero alla crisi? Risposta: «Sarebbe irrazionale e quindi non accadrà».

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