Sinistra allo sbando ossessionata da Putin. Pure l’Ong di Casarini denuncia: “Attaccati dagli hacker russi”




 – Anche se la Guerra Fredda è finita da un pezzo, il clima in Occidente è quello tipico della caccia alle streghe dove dei fantomatici e non meglio identificati “russi” svolgono immancabilmente la parte dei “cattivi” che giocano a sovvertire l’ordine europeo e la democrazia.


Anche se non siamo ai livelli della commissione per la repressione delle attività antiamericane voluta e diretta dal senatore J. R. McCarthy negli anni ’50 – da cui prese il nome il maccartismo – dove chiunque fosse sospettato di avere simpatie per i sovietici veniva automaticamente accusato di minare i fondamenti politici e ideologici della società americana, i tentacoli dell’influenza “russa” sembrano essere ovunque.

Questa volta, visto che scaricare tutte le colpe sul Cremlino va particolarmente di moda, ci pensano le Ong. La Mediterranea Saving Humans, tra le organizzazioni non governative più impegnate nell’attività di salvataggio di migranti, ha denunciato sui social network che il proprio sito internet, utilizzato per raccogliere fondi per l’acquisto di nuove imbarcazioni da destinare al trasporto di migranti, è sotto attacco di fantomatici hacker russi. “ll nostro sito internet ha subito innumerevoli attacchi informatici da server russi che l’hanno momentaneamente compromesso e che denunceremo alle autorità competenti”, si legge nel post pubblicato sui vari canali social riconducibili all’organizzazione non governativa. “È inutile. Non ci fermerete”, sottolinea la Ong.

Secondo le dichiarazioni di Beppe Caccia, armatore della nave “Alex” riportate da La Stampa, si tratterebbe di un attacco avvenuto con modalità che un buon provider, come quello che hanno, non ha potuto fermare. Parrebbe un classico attacco “ddos” – denial of service – la richiesta contemporanea di accessi (non quindi un altro attacco più banale, “path trasversal”). Molti degli indirizzi Ip – sottolinea il quotidiano di Torino – hanno una chiara provenienza geografica, russa o “est europea”.

Insomma, la provenienza geografica è così chiara che non si riesce nemmeno a determinare se si tratti di un attacco hacker proveniente dalla Federazione Russa o da qualunque altro stato dell’Europa orientale. Perché non Polonia o Repubblica Ceca, per esempio? E poi: perché si sottolinea la provenienza geografica degli attacchi hacker solo quando provengono – e nemmeno con certezza – dalla Russia?

Sembra proprio l’ennesimo tassello di una narrazione che vede protagonista la fantomatica fabbrica dei “troll” e “hacker russi”, che avrebbero influenzato il voto sulla Brexit nel 2016 e l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti lo stesso anno. Peccato che le prove continuino a mancare. Come reso noto da Twitter a gennaio 2018, soltanto l’1% dei 13.000 account “bot” riscontrati durante il voto sulla Brexit sarebbero riconducibili alla Russia. Rispondendo alle domande del deputato Damian Collins – il conservatore alla guida dell’inchiesta sulle fake news nel Regno Unito nonché presidente del Comitato per il digitale, la cultura, i media e lo sport – il quale aveva chiesto a Twitter di riesaminare gli account alla caccia delle presunte ingerenze, la società ha ribadito che le prove contro la Federazione Russa non ci sono.

“Nel riesaminare gli account identificati dalla City University, abbiamo scoperto che l’1% di questi erano registrati in Russia”, dichiarò al tempo Nick Pickles, responsabile della politica pubblicitaria di Twitter. Nemmeno Facebook seppe trovare grandi prove a supporto dell’ipotesi dell’ingerenza russa. Il social network, che conta più di 30 milioni di utenti nel Regno Unito, confermò di aver rilevato solo 97 centesimi (70 pence) spesi in pubblicità da “agenti russi” durante il referendum.

Se pensiamo invece allo “scandalo Cambridge Analytica”, il protagonista era, come ricordava anche Fulvio Scaglione su InsideOver, un tipo occhialuto nato a Londra nel 1975, laureato in Storia dell’Arte, cresciuto negli ambienti della pubblicità, approdato alla Strategic Communications Laboratories (azienda specializzata in analisi comportamentale e comunicazione) e da lì diventato direttore dell’affiliata Cambridge Analytica, che di nome fa Alexander (James Ashburner) Nix? E l’altro hacker del Cremlino era il mitico Mark Zuckerberg, papà di Facebook, che sapeva o magari non sapeva a che cosa servivano quelle decine di milioni di profili che Cambridge ecc. ecc. scaricava dal più famoso e frequentato dei social network e impiegava per far vincere i suoi clienti? Parafrasando una celebre massima di Bettino Craxi riferita all’eurocomunismo, gli hacker russi sono po’ come l’araba fenice: che ci siano ciascun lo dice, dove siano nessun lo sa.

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