Sfatato il mito della “grande democrazia” Usa: tutto l’establishment unito per fermare Trump, dà fastidio al sistema



Da Il Primato Nazionale – Roma, 10 ago – Donald Trump è stato un imprevisto. E le ultime vicissitudini sono soltanto la fase finale di una storia che dura dalla prima espressione di quell’imprevisto, avvenuto nel novembre 2016. Che non comandi davvero il presidente, negli Stati Uniti d’America, è la scoperta dell’acqua calda. Certamente, ci saranno state fasi migliori e peggiori (e forse tra le prime spiccano gli anni Ottanta reaganiani), ma sostanzialmente che un leader della Casa Bianca debba tenere fede ad agende ben consolidate è questione ben poco discutibile. Trump, al contrario, aveva imboccato una via “agende differenziate” da quelle che, tradizionalmente, segue la politica americana, repubblicana o democratica che sia.

Perché Donald Trump è stato un imprevisto

La polemica su Donald Trump, anche in chi non è assimilato alla cultura del pensiero unico dominante – la quale, ovviamente, detesta il tycoon – ruota sempre attorno allo stesso concetto: non esaltiamolo. Ebbene, qui nessuno vuole esaltare nessuno. Si vogliono ricordare dei fatti, evidenti e clamorosi, che non possono lasciare indifferenti a meno di non volerli ignorare ad ogni costo. E questi fatti ci dicono che – a prescindere, ripeto, da qualsiasi giudizio di valore – Donald Trump è stato un bel fastidio per l’apparato statunitense tradizionale. Nella politica interna (con gli appelli alla crescita del mercato interno e il contrasto alle delocalizzazioni, pratica che nell’economia globalizzata continua senza sosta da decenni) come in quella estera.

Discorso più complesso sull’immigrazione, abbastanza fedele, nel “trumpismo”, alle tradizioni repubblicane, sempre più restrittive di quelle democratiche, ma con un’importante appiglio di freno che i due schieramenti hanno sempre espresso in maniera comune, probabilmente ineliminabile in una società tanto confusa come quella americana (e la riprova è che il famigerato “muro di Trump” contro il Messico era iniziato come “muro di Clinton” oltre due decenni fa).

Totale, infine, l’estromissione dai principali social network (Twitter e Facebook), ai limiti della censura totalitaria, dopo i fatti di Capitol Hill. Su di essi, Trump aveva fondato larghissima parte del suo successo elettorale. Un momento di “definizione democratica” – per usare del triste sarcasmo – che non può lasciare, parimenti, indifferenti.

La distanza con lo staff in tutti gli scenari esteri

Dalla Siria, alla Corea del Nord, Iran, Venezuela fino – ovviamente – alla Russia. È difficile  non notare come, in ciascuno di questi scenari internazionali, abbiamo assistito a dibattiti interni all’amministrazione presidenziale di Trump. In particolare, spiccano le tensioni cercate con Pyongyang, ma anche contro il regime di Maduro in Venezuela. Spiccano le distanze con  John Bolton, parecchio “interventista” praticamente su tutti gli ambiti possibili, a differenza dell’ex-inquilino della Casa Bianca. Spicca il fatto che in nessuno di questi scenari sia infine scoppiato alcun conflitto di “nuova entità” mentre, a giudicare dalle dichiarazioni anche recenti di alcuni ex-consiglieri del tycoon, ce ne fossero – eccome – le intenzioni.

La guerra in Ucraina, casualmente, non esplode se non successivamente alla “parentesi Trump”, bella che archiviata da quelle consultazioni elettorali del 2020 che, ancora oggi, lasciano dietro di loro parecchi fantasmi. E ora gli Usa urlano al pericolo “guerra civile” per i supporter dell’ex-presidente in protesta contro la perquisizione della sua casa in Florida. Qualcuno di loro ci crede davvero. Faccende per le quali Trump viene accusato sostanzialmente di due cose: non aver restituito documenti e aver comunicato tramite “pizzini” con alcuni suoi fedelissimi. Effettivamente, comportamenti davvero imprevedibili (e torniamo al sarcasmo), visto il clima che si respira oltreoceano.

Stelio Fergola

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