Sevizia da anni la moglie italiana. Ma lei in tribunale nega tutto per non essere uccisa. Marocchino rischia di farla franca


di Carlotta Cuturi – Il marito marocchino la violenta da anni. Ecco cosa accade: riceviamo e volentieri pubblichiamo, caro Direttore. L’aula di un tribunale del nord, una mattina qualunque. Alla sbarra c’è un uomo violento. Il processo è  per violenza domestica, è partito su segnalazione della scuola. La parola al difensore della vittima.

Dietro, il pubblico ministero, accanto al suo avvocato, siede una donna minuta, con gli occhiali. L’uomo, circondato dagli agenti penitenziari, è in prima fila dall’altra parte, accanto il difensore. È un marocchino pregiudicato, lui, già  in carcere per altri reati. La moglie è italiana. Ma potrebbe essere anche il contrario. Non ha nessuna importanza. La violenza non ha colore né cittadinanza.

Situazione pericolosa

Mi costituisco parte civile per la signora ed i figli. Il processo inizia. La situazione è davvero pericolosa. Perché questo marito violento prima o poi uscirà di galera. E se penserà di essere stato lì dentro per colpa della moglie, allora davvero la ammazzerà. Il compito del “difensore” della vittima è quello di smorzare i toni. Fare in modo che lui non dia a lei la colpa della sua detenzione. Non di rincarare la dose. Il giudice prima è stranito, non capisce perché minimizzo. Poi ci guardiamo. Un brivido. Capisce. Prima di tutto, bisogna salvarle la vita.

Il marito marocchino è un pregiudicato

L’avvocato che difende il marito chiede la revoca del divieto di avvicinamento ai figli, il padre violento non li vede da sei mesi. Sulle spalle già quattro anni da scontare in galera. Non mi oppongo, purché lui possa vedere i bambini in un ambiente protetto, presso i servizi sociali, dove qualcuno li possa sorvegliare ed accorgersi se l’uomo è fatto e, perciò, pericoloso. Il giudice mi guarda con sospetto, ma come un’ avvocata che non si scaglia con virulenza contro il violento!? Non chiamatemi avvocata, non lo sopporto. È come se noi donne fossimo una sottocategoria degli avvocati e dovessimo comportarci come una specie protetta.

“Ho creduto che mi avrebbe ammazzata”

Comincia l’esame della persona offesa. La mia cliente è sincera, onesta, convincente. Spesso si asciuga le lacrime. “Ho avuto paura, ho davvero creduto che mi avrebbe ammazzata. Si, ogni tanto picchiava anche i figli, loro crescevano e lui non li capiva più. Veniamo da culture diverse”. L’emozione della donna va in crescendo mano a mano che viene incalzata dalle domande del pubblico ministero e dello stesso giudice, che non riesce a nascondere lo sgomento. Si tratteggia con crudo realismo un sistema di vita familiare fatta di soprusi.
Ma non sempre. Nel chiuso del mio studio, questa giovane donna mi ha detto anche che il marito “non è tutto marcio, quando non è fatto, è un buon padre e un buon marito. Dopo 15 anni di matrimonio, la situazione è precipitata negli ultimi tempi, a causa delle dipendenze.”.

Ma questo il giudice non lo sa. Tutto l’interrogatorio verte sugli episodi di violenza, che sono stati molti ed hanno traumatizzato i figli; d’altra parte siamo qui per esercitare la pretesa punitiva dello stato. Mentre l’attenzione di tutti, dal giudice al pm al cancelliere, è catalizzata dal racconto di questa donna minuta e convincente, io mi soffermo a guardare l’imputato: è una maschera di sale, non un muscolo della faccia si muove, ma lo sguardo sconvolge per l’intensità della ferocia che vi si legge. Ed ho paura. Quello sguardo sta dicendo alla compagna: possono tenermi in galera quanto vogliono, quando esco ti ammazzo! Se non è ancora successo nulla è perchè lui è in prigione per altri reati.

Tocca all’avvocato di parte civile condurre l’interrogatorio. Devo spezzare questo flusso di odio tra l’imputato e la donna. Le chiedo se lui sia stato sempre un cattivo padre e marito. Lei risponde di no, narra di episodi in cui l’uomo ha dimostrato affetto per la famiglia. Il giudice mi interrompe, ma ormai il flusso di odio è meno intenso e adesso piange anche lui.

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