Sea Watch, ex presidente della Corte di Cassazione: “Perché i magistrati non sequestrano le navi delle Ong?”




 – Sequestri, dissequestri e ancora sequestri. Nel mare del Mediterraneo si giocano più partite: quella umanitaria, quella politica e quella giudiziaria. Chi si perde solo una puntata della lunga fiction rischia di perdere la barra della questione. Qualcuno si chiederà: come mai le navi Ong vengono fermate, i comandanti e capo missione indagati, ma le imbarcazioni tornano sempre al largo per soccorrere immigrati e riaprire ogni volta la quotidiana lotta col ministro Salvini?


Un motivo c’è. E si chiama: decisioni dei magistrati. Scelte che hanno fatto storcere il naso ad alcuni giuristi, che si sono domandati il motivo per cui le procure di Catania e Agrigento non abbiano mai messo i sigilli “definitivi” alle navi Ong in attesa della conclusione di indagini e processi. A sollevare i dubbi sulle toghe è Pietro Dubolino, presidente di sezione a riposo della Corte di Cassazione. Non l’ultimo degli arrivati.

Dubolino parte dall’analisi dell’ultimo caso Sea Watch, l’Ong che ha caricato 52 migranti al largo della Libia e si è diretta verso l’Italia. Un braccio di ferro che forse poteva essere evitato se la nave fosse rimasta sotto sequestro. Lo scorso maggio, infatti, si era ripetuta una scena simile. Dopo aver salvato 47 immigrati, Sea Watch 3 era entrata in acque italiane “infrangendo” il divieto di Salvini. La Gdf aveva notificato la diffida, ma alla fine i migrantisono scesi a terra per ordine della procura di Agrigento. Il pm aveva disposto il sequestro probatorio del mezzo al fine di verificare l’esistenza o meno del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’atto è stato confermato nei giorni successivi, e nel registro degli indagati è finito il comandante Arturo Centore. Salvini aveva esultato, dicendosi sicuro che questa volta la nave non avrebbe ripreso il largo. Ma così non è andata. Lo sorso 1 giugno l’imbarcazione buonista è stata dissequestrata perché non vi era più l’esigenza di raccogliere le prove. E così è tornata a pattugliare la Libia.

Per l’ex presidente di sezione della Suprema Corte c’è qualcosa che non torna. Due i punti focali: primo, “non si comprende – scrive – per quale ragione (…) sia stato denunciato a piede libero e non in stato di arresto“; secondo, “in casi come questo è prassi” trasformare “il sequestro probatorio in sequestro preventivo“, in modo da tenere la nave in porto fino alla fine del processo. Ma così non è andata. Ad oggi solo la Iuventa, nave di Jugend Rettet, è bloccata in porto dopo l’inchiesta di Trapani.

Basta fare un salto indietro per pescare le tante sentenze che hanno fatto esultare le Ong. Lo scorso marzo, dopo lo sbarco di 218 migranti a Pozzallo, la procura di Catania aveva chiesto il fermo della Open Arms, decisione confermata dal Gip (che però ha escluso il reato di associazione a delinquere). Restando solo l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (poi archiviata), la competenza è dunque passata a Ragusa, dove il Gip Giovanni Giampiccolo l’ha dissequestrata.

Qualcosa di simile è successo anche alla Mare Jonio. Il 19 marzo alla nave di Mediterranea Saving Humans viene notificato il sequestro probatorio della nave su iniziativa della Guardia di Finanza. L’atto viene confermato e nel registro degli indagati finisce prima il comdandante Pietro Marrone e poi l’ex no global Luca Casarini. L’indagine è ancora aperta, ma anche in questo caso – cessate le esigenze probatorie – la nave viene liberata e riprende il largo. Neppure un mese dopo, è il 9 maggio, l’Ong soccorre 29 persone e chiede all’Italia un porto sicuro. Si riapre lo scontro col Viminale, la nave arriva a Lampedusa, i migranti sbarcano e sull’Ong si abbatte un nuovo sequestro. Questa volta preventivo. L’obiettivo del Viminale è quello di fermare per sempre l’imbarcazione in porto e impedire che “reiteri il reato”: il comandante viene indagato, ma la procura di Agrigento respinge l’atto della Gdf edispone il “sequestro probatorio”. Dunque solo per raccogliere le prove. La nave è ancora ancorata al porto di Licata, ma se il sequestro da “probatorio” non verrà trasformato in “preventivo”, è possibile che presto potrà riprendere il largo.

La domanda sorge spontanea: perché è così difficile che le procure procedano col blocco preventivo, visto che le indagini sono ancora aperte? Se focalizziamo l’attenzione su Sea Watch, secondo Pietro Dubolino le ipotesi sono due e in entrambi i casi i pm avrebbero commesso degli errori. Primo, se all’atto del dissequestro erano già convinti dell’insussistenza dei reati contestati, avrebbero dovuto anche “chiedere l’archiviazione del procedimento” (di cui per ora non si ha notizia). Se invece la procura “riteneva che il reato fosse rimasto comunque configurabile” e quindi, “essendo pendente il relativo procedimento penale“, avrebbe “dovuto chiedere la trasformazione del sequestro probatorio in sequestro preventivo a garanzia, nell’eventualità della condanna, della eseguibilità della confisca obbligatoria“. Eppure non l’ha fatto. Perché?

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