“Se non lo licenziate avrà un duro castigo”: la fatwa che ha condannato a morte il prof. Charlie Hebdo in piazza


 – L’onda d’urto della barbarie islamista, compiuta da un 18enne, rimette la Francia davanti ai suoi fantasmi. Nonostante le parole di Emmanuel Macron venerdì sera sul luogo dello sgozzamento rituale («Difenderemo i nostri insegnanti, l’oscurantismo non vincerà», ha detto il presidente) nel mondo della scuola si comincia a parlare di autocensura.

«Si stabilirà nel segreto dell’insegnamento», teme Iannis Roder, da più di 20 anni docente al college di Seine-Saint-Denis alle porte di Parigi. «Uccidere un insegnante significa uccidere il desiderio di aprire i bambini al mondo, simbolicamente non c’è niente di peggio che attaccare un prof», dice a Le Parisien. Le testimonianze di residenti e genitori del plesso dove insegnava Samuel Paty, 47 anni, sposato e con un bimbo, si ripetono come un ritornello: «Non posso credere che al docente di mio figlio sia stata tagliata la testa». «Mio figlio mi ha già detto che non vuole più tornare in classe», ammette un altro genitore.

Il clima è di una resa di categoria. Ieri i sindacati degli insegnanti sono stati ricevuti dal governo e infine hanno deciso di aderire all’appello di Charlie Hebdo: oggi alle 15 tutti a Place de la République a Parigi «per la libertà, contro il terrore». Manifestazione blindata. Ma il morale è a terra. Difficile essere liberi quando in rete gira l’indirizzo di una scuola dove si dice che un docente ha insultato i musulmani mostrando le vignette su Maometto, senza che le autorità se ne accorgano o facciano qualcosa. Anche stavolta è stato infatti un video sui social ad accendere la miccia: quello di un genitore che parlava del professore di storia che portava in classe la satira di Charlie. È diventato virale e per giorni ha mostrato l’indirizzo della scuola di Conflans-Sainte-Honorine.

Macron, appena 15 giorni fa, ha citato la blasfemia come legittima, per stabilire il confine della libertà d’espressione. Lo ha ribadito: se ne parli anche a scuola. Il ministro dell’Interno ammette però che «il livello di minaccia terroristica resta alto». E c’è poco da essere ottimisti a fronte dell’ultima tragedia che forse si poteva evitare. Presentandosi come «membro del Consiglio degli Imam di Francia», nella scuola media in questione si era infatti mostrato anche un noto militante islamista, Abdelhakim Sefrioui, una delle 10 persone in custodia di polizia nell’ambito dell’indagine: fu lui ad accompagnare l’8 ottobre il padre di una studentessa dalla preside per chiedere il licenziamento del prof. L’assassino 18enne, che Macron ha bollato come «terrorista islamista» ha dato un messaggio più chiaro all’Eliseo: «Calma i suoi simili (riferendosi al prof giustiziato, ndr) altrimenti infliggeremo un duro castigo».

L’esecuzione è diventata così un’operazione di marketing per zittire ogni forma di libertà d’espressione, a partire da quella di spiegare a scuola i princìpi della République. Il premier Jean Castex sintetizza: «Dopo quella di stampa e Charlie Hebdo, nel mirino c’è ora libertà di insegnare». Marlène Schiappa, ministro delegato per la cittadinanza, per martedì ha convocato i capi dei social network: il governo vuol provare almeno ad arginare propaganda e minacce on line, come quella che vide la 16enne Mila messa alla gogna per aver criticato l’islam in una diretta Instagram. Più difficile sarà superare l’esistenza (e il successo) di «classi» gestite da imam nei centri culturali islamici che sottraggono i minori all’insegnamento statale. Si stima infatti che oltre 50 mila ragazzi negli ultimi anni siano stati ritirati dalla scuola pubblica per ricevere un’istruzione coranica.

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