Se l’inciucio “anti-italiano” PD-M5S fallisce si voterà il 10 novembre: a dirlo è il presidente Sergio Mattarella




Di Adolfo Spezzaferro – Roma, 24 ago – Ago della bilancia della crisi di governo è il presidente della Repubblica. Questo lo sanno sia i partiti che vorrebbero evitare le urne – in primis M5S e Pd, che stanno con grosse difficoltà all’”inciucione” salva-poltrona – sia chi non vede l’ora di tornare a votare, a partire dalla Lega di Salvini, che ha messo fine alla maggioranza gialloverde proprio per capitalizzare i consensi alle Politiche. E Sergio Mattarella non esclude affatto l’ipotesi voto anticipato, giudicata preferibile a un governicchio dal respiro corto. Il capo dello Stato, se non si trova una maggioranza politica, non intende dar vita a un governo del Presidente per fare la legge di Bilancio e andare a votare all’inizio del 2020. L’unica alternativa, in assenza di un esecutivo forte, in grado di portare a termine la legislatura, è mandare tutti a casa. Mai Mattarella avallerebbe voti di fiducia e maggioranze mossi soltanto dal non voler perdere la poltrona (o perlomeno è questa la posizione ufficiale). Ma vediamo più nel dettaglio come funziona.

Ipotesi esecutivo elettorale e voto in autunno


Senza una maggioranza forte, il capo dello Stato darebbe vita a un governo elettorale per non far fare la campagna al leader della Lega dal Viminale. Pertanto scioglierà subito le Camere e porterà il Paese alle urne in autunno. In tal senso, il Presidente ha già comunicato la sua deadline alle forze politiche: è domenica 10 novembre, anche perché per il 27 ottobre ipotizzato inizialmente dalla Lega non c’è più tempo e domenica 3 novembre cade durante il ponte del 1° novembre.

Quali sarebbero i prossimi passaggi

Per votare in autunno è necessario che Mattarella sciolga le Camere entro i primi dieci giorni di settembre. Questo perché – nonostante la legge conceda tra 45 e 70 giorni per organizzare le elezioni – il complicato sistema di voto degli italiani all’estero richiede almeno 60 giorni per funzionare. In caso contrario – nascita del “governo della poltrona” – i tempi per le trattative tra Pd e 5 Stelle sono stretti: una settimana, massimo dieci giorni. Questo sempre perché, in caso di fallimento, va nominato e mandato alle Camere il governo di garanzia e poi ci sono una serie di adempimenti formali prima di arrivare allo scioglimento vero e proprio e alla convocazione dei comizi elettorali.

Zingaretti e Di Maio, per adesso divisi anche sul nome del premier, sono avvisati.

Di Adolfo Spezzaferro

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