Salvini evoca le elezioni anticipate: “Mai al governo col Partito Democratico”. “Nessun accordo con Renzi”


 – Con il week-end impegnato per lanciare la campagna di tesseramento della sua nuova Lega Salvini Premier (e, forse, anche per un summit chiarificatore a Milano con Berlusconi e Meloni sulle candidature per le regionali di primavera), il leader leghista smentisce categoricamente di pensare ad un blitz parlamentare per fare cadere Conte e mettere in piedi una maggioranza alternativa, in combutta con Renzi.

«Non c’è nessun accordo segreto con Renzi, perché dovrebbe esserci? Scherza?» dice a Radio24. «Io che faccio un governo col Pd? E per fare cosa? Il Pd vuole cancellare i decreti sicurezza, quota 100, flat tax, vuole fare l’esatto contrario di quello che abbiamo fatto noi». Insomma se cade il governo «l’unica strada sono le elezioni», non maggioranze create con il pallottoliere parlamentare.

Dietro le posizioni ufficiali c’è però in corso un fitto lavoro diplomatico. D’altronde è lo stesso Salvini che solo due mesi fa proponeva di «deporre le armi e sedersi tutti attorno ad un tavolo, da destra a sinistra, per creare un comitato di salvezza nazionale», cioè un governissimo che archivi la stagione (doppia) dell’avvocato Conte. In questa chiave una convergenza di interessi con i renziani, malgrado le distanze tra i due Mattei, può starci. Ne è convinta una vecchia volpe della politica italiana come Gianfranco Rotondi, «sta avvenendo uno scambio di coppie: il centrosinistra cerca di sostituire Renzi con un pezzo di Forza Italia e Salvini sta sostituendo Fi con Renzi. Perció Salvini ha scaricato Caldoro, si è coperto già al centro con Renzi e non gliene frega più niente di Fi».

Lo scenario di un piano B leghista è rafforzato dalle parole del numero due del partito, Giancarlo Giorgetti, il colonnello che rappresenta l’anima più atlantista e meno euroscettica della Lega («Dall’euro e dall’Ue non usciamo»). L’ex sottosegretario non fa mistero di pensare all’ex presidente della Bce Mario Draghi come una figura che può prendere le redini dell’Italia. Un’ipotesi che non scalda certo il cuore dei leghisti, ma che potrebbe evitare uno scenario che preoccupa non poco: un accerchiamento giudiziario di Salvini, con una maggioranza in Parlamento pronta a mandarlo a processo. Di qui al 2023, scadenza della legislatura, il rischio logoramento sarebbe alto.

Ma c’è l’altro dossier aperto, quello dei candidati di centrodestra alle regionali. Salvini, fanno sapere da via Bellerio, non è disposto a fare troppi sconti a Fi e Fdi, facendo pesare anche la carta Zaia in Veneto, unica vittoria già sicura della coalizione. L’idea del leader leghista è di cambiare lo schema concordato, sfilarsi dalla Toscana (che rischia di diventare una seconda Emilia-Romagna) appaltandola a Forza Italia o ad un civico (si parla di Vivarelli Colonna, sindaco di Grosseto), e prendersi una delle due regioni del sud, o la Puglia o la Campania. In un vertice ad Arcore due settimane fa, però, la Meloni avrebbe alzato un muro all’ipotesi di mettere in discussione la candidatura di Raffaele Fitto in Puglia. Resta dunque la Campania. Salvini ha proposto Aurelio Tommasetti, rettore dell’Università di Salerno, però troppo marcato Lega in quanto già candidato (non eletto) alle ultime Europee. Perciò, al posto dell’azzurro Caldoro, la proposta in campo al momento è quella di Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg2, molto apprezzato da Salvini ma con un curriculum e una storia di centrodestra che lo rende gradito sia a Fdi che a Berlusconi. Dunque un candidato coalizione che potrebbe far superare lo stallo in cui si trovano gli alleati (sempre che Fi digerisca la sostituzione di Caldoro). Sangiuliano, però, non ha ancora sciolto la riserva e sarebbe orientato più al no che al sì.

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