Quando parla Salvini, Di Maio fugge via dall’aula: il profondo imbarazzo tra i venduti del Movimento 5 Stelle


 – N ello stadio di Palazzo Madama, il ministro Luigi Di Maio appare come quello spettatore illustre, ansioso di essere inquadrato dalle telecamere del circuito internazionale. Quella del capo politico del M5s è una partita nella partita, a margine dei tackle che si sono sferrati il leader della Lega Matteo Salvini e il premier Giuseppe Conte nell’aula del Senato. Quando Salvini parla, lui scompare. Si manifesta magicamente di nuovo durante gli interventi di Conte. Di Maio aggrotta le sopracciglia, oppure rimane bloccato in un ghigno apatico, e ancora ride sotto i baffi a ogni stoccata del premier nei confronti dell’ex alleato. A volte sembra rimuginare sull’eventualità che sulla seggiola di capo del governo poteva esserci seduto lui, altre sembra essere mentalmente altrove.

L’altrove, in questo caso, sono le sfide che si muovono parallelamente all’ennesima corrida d’Aula. Come le nomine di sottogoverno, i cui esiti sono legati a doppio filo alla tenuta interna di un M5s alla prova con alchimie politiche differenti rispetto all’esperimento gialloverde.

Insomma, per Di Maio i problemi non sono pochi. Forse è per questo che dopo che il Senato ha votato la fiducia al Conte bis, il capo del M5s si è concesso una pausa dai tavoli ristretti dove si litiga e ha accettato l’invito di Giovanni Floris. E nello studio di Di Martedì, in onda ieri sera su La7, si è affidato, per cercare di spiegare gli ultimi mesi della convivenza M5s-Lega, a un’astrusa metafora automobilistica. «Dopo le Europee ho detto alla Lega: prendete il commissario e andate a cambiare l’Europa. Secondo: visto che avete a cuore la flat tax prendete il ministero dell’Economia. Sapete che è successo? Mi sono sentito come quello fermo al semaforo rosso che viene tamponato da uno che poi scende e dice: è colpa tua perché hai frenato di colpo. Ma se ero fermo. Allora non ti funzionavano gli stop». Poi un’apertura di credito al Pd: «Ero scettico, ma poi mi hanno stupito».

Ma già da oggi Di Maio dovrà tornare a gestire la patata bollente dei grillini con il mal di pancia. Il pallottoliere degli scontenti si aggira su una decina di parlamentari alla Camera e altrettanti al Senato. A Palazzo Madama, oltre a Gianluigi Paragone, ha espresso perplessità il senatore Michele Giarrusso, ma la fronda sarebbe più ampia. Alla fine Paragone si è astenuto ma ha attaccato il «governo dell’assurdo».

A Montecitorio, tra i nuovi critici per ora si fanno i nomi di Andrea Colletti, Emanuela Corda, Alvise Maniero, Marialuisa Faro. Pacificati i grillini «di sinistra», alcuni in lizza per un posto da sottosegretario, come i «fichiani» Doriana Sarli e Vincenzo Presutto. Ieri negli uffici del M5s al Senato c’è stato un confronto acceso tra alcuni parlamentari per quanto riguarda la scelta dei sottosegretari. Il nodo, in particolare, sarebbe sull’Economia. Per il Mef si parla di riconfermare Laura Castelli e di Buffagni, in corsa per la delega sulle partecipate, annoverato tra gli scettici sul governo.

Nel governo dei separati in casa, non bisogna dimenticare il Pd. Al Nazareno, però, al momento prevale la realpolitik. Nel fortino del segretario Nicola Zingaretti si ragiona su come l’accordo di governo abbia accontentato sia i renziani, sia la nuova maggioranza interna. I mal di pancia, esclusa l’astensione di ieri di Matteo Richetti, sono stati espressi al di fuori dal partito.

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