Professor Tarro: “Io e De Donno trattati da eretici, ci mandavano i Nas ogni giorno. Ora scoprono plasma e monoclonali”


Da Lo Speciale Giornale – Non si placano le polemiche sul suicidio del dottor Giuseppe De Donno, pioniere della cura del plasma contro il Covid, ancora di più dopo che è diventata ufficiale la notizia del riconoscimento da parte dell’Ema di cinque terapie con anticorpi monoclonali che potranno essere praticate da settembre. Anticorpi monoclonali che potranno essere ricavati in vitro dal plasma iper immune o replicati in laboratorio.

Perché dunque De Donno è stato ostacolato e costretto a ritirarsi? Forse perché la sua cura veniva praticata a basso costo e adesso invece le terapie monoclonali costeranno molto di più? Questo il principale sospetto che sta circolando sul web, agevolato anche dallo scontro in atto sul green pass obbligatorio. Ne abbiamo parlato con il medico Giulio Tarro, allievo di Albert Sabin da sempre convinto sostenitore della cura del plasma, e al pari di De Donno spesso attaccato per le sue posizioni in contrasto con quelle del Comitato Tecnico Scientifico e dei cosiddetti soloni in camice bianco.

Ha fatto molto discutere nei giorni scorsi il suicidio del dottor De Donno. Da più parti si è accusata la comunità scientifica di averlo emarginato, isolato e perseguitato, perché la sua cura del plasma contro il Covid era efficace e accessibile a tutti con costi sostenibili. Lei cosa pensa?

“Ci sono stati dei fatti ben specifici che confermano come la cura del plasma abbia dato risultati positivi. Dalla fine di marzo ai primi di maggio del 2020 De Donno ha portato avanti questa siero terapia bloccando la letalità del virus e impedendo che vi fossero altre vittime. Una cura tuttavia che avevano già sperimentato con successo i cinesi. Io stesso la consigliavo già a gennaio quando iniziarono i primi contagi. Basti considerare che laddove è stata praticata non si sono verificati i decessi avuti in gran parte della Lombardia e nelle 14 zone rosse, a dimostrazione di come la terapia fosse validissima”.

Perché allora è stata boicottata?

“Questo non lo so. So soltanto che a De Donno mandavano un giorno sì e l’altro pure i Nas in ospedale, fatto questo che certamente non permetteva di portare a termine gli studi. Poi al momento di prendere una decisione hanno individuato come leader per la sperimentazione della cura, che gli americani in verità hanno adottato come profilassi su 34mila operatori sanitari, l’Università di Pisa. Personalmente, visto che gli Stati Uniti l’avevano già applicata con successo sui propri sanitari, ritengo che la sperimentazione non sarebbe stata nemmeno necessaria, ma come sempre avviene ci sono le politiche nazionali a complicare le cose. Per altro la terapia prevedeva soltanto il passaggio del plasma dal soggetto guarito a quello infetto, senza coinvolgere minimamente i globuli rossi, fatto questo che metteva al riparo dal rischio di trasmettere infezioni attraverso le trasfusioni. Quindi si aveva anche un’assoluta tranquillità sotto questo aspetto”.

Da settembre arriveranno cinque nuove terapi approvate dall’Ema, quattro delle quali monoclonali con gli anticorpi che sarebbero ricavati anche in vitro dal plasma iper immune. Non è un paradosso questo dopo quanto avvenuto a De Donno?

“Già nel 2015 l’Istituto Pasteur aveva diffuso i risultati di uno studio sull’utilizzo di questi anticorpi monoclonali contro la prima Sars che è stata poi debellata con successo. Quindi non c’è niente di sensazionale in tutto questo. è risaputo che gli anticorpi monoclonali sono i più efficaci contro i virus di questo tipo. Il problema è che da noi hanno perso tempo con la vigile attesa e con la tachipirina, quando sarebbe bastato intervenire immediatamente nella fase precoce della malattia lasciando i medici liberi di agire in scienza e coscienza. Chi come il sottoscritto si è permesso di stilare protocolli d’intervento suggerendo il ricorso agli anticoprpi monoclonali è stato trattato come un irresponsabile che metteva a repentaglio la salute dei pazienti. Ad ogni modo gli anticorpi monoclonali sono prodotti soprattutto in laboratorio e questo li rende rimodulabili sulle varianti del virus, tanto è vero che in America è stato deciso di autorizzare soltanto quelli che sono efficaci anche contro le varianti in circolazione”.

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