“Prima i porti aperti”, “No, prima Dublino”. Gli abusivi giallorossi già naufragano sull’immigrazione


 –  Il governo giallorosso sbatte contro il muro dell’immigrazione. Il primo nodo da sciogliere sul tavolo del nuovo esecutivo Pd-Cinque stelle è la gestione dei flussi migratori.Le due forze politiche, oggi alleate al governo, non hanno una linea univoca sul tema dell’immigrazione. Da Bruxelles, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si destreggia, prende tempo e rinvia a data da destinarsi il dossier: «C’è grande disponibilità a trovare un accordo, anche se temporaneo, poi lo perfezioneremo ma dobbiamo uscire dai casi emergenziali affidati alla sola Italia.

Qui abbiamo la massima disponibilità ma sicuramente l’Italia vuole che anche in questo meccanismo temporaneo ci sia sostanziale condivisione e ripartizione. In prospettiva quando lo perfezioneremo avremo probabilmente dei paesi che saranno riluttanti. Ma chi non parteciperà ne risentirà molto sul piano finanziario», commenta il capo dell’esecutivo al termine degli incontri con Ursula von der Leyen e Donald Tusk a Bruxelles. Parole che confermano l’assenza di una politica chiara (e comune) dei due partiti di maggioranza sul tema. Sarebbe bastato, infatti, ascoltare gli interventi dei due leader, Luigi di Maio e Nicola Zingaretti, su La7 al DiMartedì per notare la spaccatura nel governo.

Il leader del Pd, intervistato da Giovanni Floris sul caso della Ong Ocean Viking, non ha alcun dubbio: «Per me deve entrare senza se e senza ma in un porto italiano». Posizione ribadita ieri da Bruno Vespa: «In attesa che gli Stati si mettano d’accordo, i migranti sbarchino legati a una redistribuzione che oggi non io ma la presidente della commissione europea ha garantito. Non si possono lasciare esseri umani all’infinito in mezzo al mare. Io voglio confini vigilati. Ma la soluzione prospettata dal governo precedente non era una soluzione». Zingaretti si augura «un cambio di passo che ponga fine a una situazione drammatica». Per il ministro degli Esteri, che offre un’altra via d’uscita al problema, non c’è la necessità di un cambio di rotta: «L’obiettivo è che quando gli immigrati arrivano si deve creare un meccanismo europeo, che in realtà già esiste ma deve essere più veloce, per ridistribuire negli altri paesi le persone che arrivano qui», commenta Di Maio da Floris. Che poi per alcuni versi ricalca la posizione del presidente del Consiglio. Zingaretti vorrebbe restare fedele alla linea che il Pd ha tenuto nei 14 mesi in cui è stato all’opposizione. Le spaccature non sono solo nel governo ma anche nei due partiti. Tra i dem c’è la posizione sostenuta da Matteo Orfini e Maurizio Martina che punta alla cancellazione dei due decreti sicurezza e all’apertura dei porti. Il modello Alfano, per intenderci. Linea che si scontra con la posizione di renziani e dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. Bene l’accoglienza ma i flussi vanno regolati. E soprattutto la cancellazione dei decreti sicurezza sarebbe troppo rischiosa.

E una posizione univoca non c’è nemmeno tra i Cinque stelle. Di Maio, Stefano Buffagni, l’ex sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo sono favorevoli a mantenere la chiusura dei porti in assenza di garanzie da parte dell’Europa su ricollocamenti e superamento del trattato di Dublino. La pattuglia di parlamentari, Doriana Sarli, Rina di Lorenzo, Dalila Nesci, Carmen di Lauro, vicina al presidente della Camera Roberto Fico sposano la linea orfiniana dei porti aperti. Nodi che mettono già a rischio la compattezza governo.

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