Parlano i dipendenti del clan Renzi: “La mente era ‘Lalla’ (Laura Bovoli). Gestiva tutto lei e ci pagava in nero”


Nome in codice, «Lalla». Man mano che passano i giorni emerge con maggiore chiarezza che il meccanismo messo in piedi dai Renzi e che andava avanti praticamente dal 2010, aveva una sola mente: Laura Bovoli, la moglie di Tiziano Renzi, detta Lalla.

Un giro di cooperative aperte e chiuse, ma in modo che a guadagnare fosse sempre la Chil Post, poi Eventi 6.

La prima delle cooperative coinvolte nel disastro fiscale è la Delivery, costituita nel 2009, con membri del cda che cambiano più volte e spesso non sanno neppure che ruolo ricoprono. Una Lavinia T., dice che all’epoca dei fatti studiava Belle Arti e siccome Tiziano era un amico di famiglia era andato dal notaio a firmare qualcosa, senza ben capire. Stessa storia per l’addetto agli automezzi, Carlo F. che su richiesta dell’autista del camper di Matteo Renzi, Roberto Bargilli, anche lui indagato perché amministratore all’epoca del dissesto, aveva fornito all’azienda la patente e aveva poi considerato i 500 euro ricevuti, un pagamento per gli automezzi, non certo per il ruolo nel cda di cui, dice, non averne saputo nulla. La Delivery finisce in difficoltà quasi subito, nel 2010 già non paga i contributi previdenziali. Al momento del dissesto, però, sia Tiziano sia Lalla Bovoli sanno cosa fare: costituire subito una nuova cooperativa.

È la signora Bovoli a gestire il tutto: «Paghiamo i dipendenti e facciamogli firmare le dimissioni. Poi la nuova cooperativa, sommersa dalle consegne dei vini e dei volantini sarà costretta a riassumerli, non esistono alternative». Nasce così la Europe Service Società Cooperativa che, sebbene con altri dirigenti, viene di fatto gestita dai Renzi. Anche qui, la mail decisiva è quella della Bovoli: «Ti allego nota di credito e mastrino, questa se ti va bene è la risposta alla domanda su cui subentra». Tiziano, poi, al telefono con i presunti vertici della cooperativa ordina chi deve fare cosa, sia per questa società sia per la Marmodiv, la terza delle cooperative interessate dall’indagine, che avrebbe emesso fatture false per oltre duecentomila euro per consentire alla Eventi 6 di evadere le imposte: «Sono in debito con te, chiedimi qualunque favore», dice a uno degli amministratori. In questo giro di pagamenti fittizi retribuiti in contanti c’entra Andrea Conticini (coinvolto anche nell’indagine sui fondi versati alla sua Play Therapy Africa), marito di Matilde Renzi, una delle sorelle di Matteo, socia anch’essa della Eventi 6, a casa della quale, sempre a Rignano sull’Arno ma in paese, dove ha sede pure l’amministrazione della Eventi 6, si sono trasferiti ieri Tiziano e Lalla per scontare gli arresti domiciliari.

La Marmodiv si sarebbe anche occupata di fare fatture per operazioni inesistenti. Un caso limite, quello di Mohammad Nazir, titolare di una ditta individuale per la spedizione di materiale propagandistico e quello di Isajiad Amir, titolare di una ditta a Castiglione delle Stiviere: «Disconosco la fattura da 15mila euro che mi mostrate valuterò l’opportunità di denunciare chi ha utilizzato il nome della mia impresa per prestazioni che non ho mai effettuato». Il titolare di una delle ditte coinvolte ha ammesso tutto: «La Marmodiv è gestita da prestanomi, tra i quali Andrea Conticini, che guidava Eventi 6. Le fatture che mi avete esibito sono false. Mi fu chiesto di aprire una partita Iva ed emettere quelle fatture. Restituivo in contanti, so che ci pagavano in nero i dipendenti».

Malgrado le testimonianze choc dei dipendenti e le intercettazioni, Tiziano Renzi scrive su Facebook: «Accuse false, non auguro a nessuno ciò che io e Lalla stiamo vivendo. La verità prima o poi verrà fuori», e saluta i cronisti dal balcone.

Lunedì prossimo si terrà davanti al gip, ma non in procura bensì in un luogo segreto, l’interrogatorio di garanzia.

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