Ora le spese del processo farsa Gregoretti le paghino i 152 senatori di sinistra, PD e i traditori del M5S


Di Francesco Storace – Ora la domanda da farsi non è solo chi paga. Perché anche se arrivata alla soglia di un processo che non si farà mai, l’inchiesta Gregoretti contro Matteo Salvini merita di sapere quanto è costata. Per qualche giorno a bordo di una nave italiana, si è spacciato come un mega sequestro di persona da imputare all’ex ministro dell’interno il dovere istituzionale da compiere: il ricollocamento dei migranti clandestini e poi lo sbarco. Mesi di lavoro degli inquirenti impegnati nella verifica dei gravissimi reati che bisognava attribuire a Salvini. Chissà quante centinaia di migliaia di fotocopie da un ufficio giudiziario all’altro. Il pomposo tribunale dei ministri. Le orecchie dei magistrati arrossate dai consigli interessati di chi vuole eliminare gli avversari per via giudiziaria. Le udienze – molte – presso il giudice dell’udienza preliminare di Catania, quello che ha detto no al processo a Salvini.

In mezzo, tante sedute della Giunta delle autorizzazioni di Palazzo Madama presiedute da Maurizio Gasparri. E poi la bolgia dell’aula del Senato con la votazione favorevole al processo da parte di una maggioranza politica di smidollati (la sinistra che consegna il nemico ai giudici) e di rinnegati (i Cinque stelle che tradiscono l’ex alleato con cui avevano condiviso le scelte sulla Gregoretti). Poi, altre carte, quelle della pubblica accusa attestata anch’essa sul no al giudizio contro Salvini: il fatto non sussiste, ad anticipare il giudice di ieri. E altre carte, le carte false, quelle delle parti civili che tanto civili non erano per il trattamento che avrebbero voluto riservare al capo della Lega con la galera. Ecco, tutto questo chissà quanto è costato.

Ma stavolta i magistrati sarebbero quelli che c’entrano di meno. Perché in fondo, sia gli inquirenti che il giudice hanno evitato un processo lungo chissà quanto tempo, al contrario – e pare invece incredibile – di quanto accaduto a Palermo. La stessa “imputazione” lì costa il dibattimento a Salvini, a cui toccherà attendere un po’ di più avanti per guadagnarsi l’assoluzione per la Open Arms. Ma qualcuno deve pagare: e dovrebbero essere quei 152 senatori che votarono per il processo Gregoretti. Senza leggere le carte. Senza approfondire quel che era successo davvero. Senza distinguere tra politica e giustizia. Almeno si vergognino. Uno per uno. Perché se i magistrati hanno deciso che il reato non ci fu, vuol dire che a Palazzo Madama si compì davvero uno scempio. E non è casuale che non ci sia solidarietà a Salvini, né riconoscimento, da parte di una sinistra sempre più faziosa, per l’assoluzione. Tacciono persino per le minacce di morte e gli annunci di violenza contro il capo della Lega (abbiamo letto solo parole non di circostanza di Roberto Giachetti e ha condannato le intimidazioni la sindaca di Roma Virginia Raggi). Dal resto della ciurma, solo silenzio che pare complice. Ma per fortuna c’è chi è capace di restare a testa alta.

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