“O muoio di dolore oppure pago”. Ecco la “buona” sanità di Bonaccini e del Partito Democratico




 – “Siamo la regione con i più brevi tempi di accesso alle prestazioni sanitarie”. Lo dice il sito istituzionale dell’Emilia Romagna, lo ripete a più non posso pure Stefano Bonaccini: la sanità funziona, checché ne dicano i detrattori.In parte è vero, certo. Inutile mentire: tra Cesena e Piacenza i cittadini possono godere di un discreto servizio. Ma nasconderne le criticità sarebbe sciocco. E in una Regione che si avvicina alle urne, è proprio su quei dettagli che ci si concentra. È la legge della campagna elettorale.

Uno dei nei della sanità emiliana si chiama “tempi di attesa“, cioè le lunghe file che i pazienti sono costretti a fare prima di vedersi assegnare un appuntamento. Un report pubblicato online dalla Regione sostiene che l’indice di performance sfiora il 100% in quasi tutti i campi rivelati. Questo significa la quasi totalità delle prestazioni vengono garantite entro i tempi “standard” stabiliti dalla Regione stessa (30 giorni per le visite, 60 per la diagnositica). Vista solo da questo punto di vista, l’Emilia sembra in ottima salute. Un successo? Dipende. Non sempre i numeri riflettono come uno specchio la realtà. Dietro infatti c’è un mondo tutto da scoprire. “Se questa è l’eccellenza – dice Patrizia G. – non voglio immaginare come sono le altre Regioni”.

Iniziamo dall’Usl di Bologna. Cosimo D. tre anni fa avrebbe dovuto fare un intervento alla prostata. Si presenta alle visite, poi gli dicono che per l’operazione “c’è da aspettare qualche anno”. Cosimo si mette in lista, aspetta e spera. Alla fine decide di rifugiarsi in Calabria: “Due settimane ed ero sotto i ferri”, racconta. In Emilia resta tutto fermo, fino a un paio di mesi fa quando riceve la chiamata dall’ospedale per iniziare le analisi pre-intervento. “Ormai erano passati tre anni – sorride lui – e io mi ero già operato altrove”. Non è l’unico caso. In Emilia gli appuntamenti, in teoria, si possono prenotare online tramite il Fascicolo sanitario elettronico. Peccato che il sistema non copra tutte le prestazioni, per cui spesso occorra rivolgersi alle farmacie, al Cup oppure telefonare. “Se chiami non rispondono mai”, lamenta Graziella R.. Lei di esami da fare ne avrebbe parecchi, ma l’attesa è lunga. Circa due mesi fa ha prenotato un paio di appuntamenti: per l’ecografia dovrà attendere il 27 aprile, per la visita dall’endocrinologo l’11 maggio. Alla fine fanno quasi sei mesi di attesa. Alla faccia dell’indice di performance.

La domanda è: perché allora Bonaccini può vantarsi di guidare la “Regione con i tempi più brevi di accesso”? Semplice: è possibile che il caso di Graziella non rientri nelle fantastiche statistiche regionali. La signora ha deciso di farsi curare a Bologna, visto che è avanti con l’età e non può muoversi troppo. “Quando ho potuto mi sono mossa, ma a volte ti mandano lontanissimo…”, dice. Le prenotazioni infatti riguardano l’ambito territoriale del’Usl, che in provincia di Bologna comprende anche località a 60-70km di distanza dal centro. Un esempio: il Cup ti assegna l’appuntamento entro i 30 giorni canonici, ma l’unico posto disponibile è a Porretta Terme (oltre 1 ora di auto dalla città). Sei anziano e non puoi andarci? C’è sempre l’opzione B: aspettare che si liberi un posto in un ospedale più vicino. In questo caso, però, il “sistema” di controllo non registra alcun ritardo perché, “in caso di scelta della struttura o del professionista”, il tempo di attesa potrebbe “non essere garantito”.

La vicenda di Patrizia G. è emblematica. “A settembre – racconta – mio padre è stato dimesso dall’ospedale con l’indicazione di un intervento per colicistectomia. Quindi è andato a fare la visita pre-operatoria e gli hanno prescritto una serie di accertamenti”. Negli ospedali di Bologna non ci sono posti liberi in tempi brevi, così in farmacia le prenotano le visite stile via crucis. “A Porretta abbiamo fatto l’esame citologico delle urine, poi a Vergato la visita cardiologica. A Castiglion De Pepoli quella pneumologica e a Bazzano l’urologica”. Qui i medici non riescono a leggere l’esito della risonanza magnetica, chiedono al paziente di ritirare il dischetto dell’esame e lo rimandano a casa (pagando il ticket). “Ho dovuto spostare l’appuntamento – conclude Patrizia – E ora me l’hanno segnato per aprile 2020”. Una beffa.

Molti alla fine sono costretti ad arrendersi o a rivolgersi alle cliniche private pagando cifre salate. Benedetta B., giovane in gravidanza, l’ha raccontato poco tempo fa al Carlino: “Il mio ginecologo mi ha prescritto l’esame della curva da carico di glucosio da eseguire tra la 24esima e la 28esima settimana”. Si è rivolta al Cup per prenotare ed è arrivata la brutta notizia: “La prima giornata utile in una struttura della città è risultata in gennaio”. Cioè dopo il parto. L’unica alternativa era andare a Porretta, 60 km dalla città, oppure rivolgersi a un privato.

Come lei, molti si trovano sulla stessa barca. Patrizia G., per esempio, temeva di avere un tumore ma per avere una visita dall’oncologo, due anni fa, avrebbe dovuto attendere un mese. “A pagamento, invece, la potevo fare il giorno dopo a 180 euro. Ed era la stessa struttura, nello stesso ospedale, dallo stesso medico”. Un caso non isolato. “Mi avevano prescritto un’infiltrazione di ozono per un’ernia che toccava il nervo sciatico ma c’era da aspettare un anno – racconta Antonio O. – Allora come per incanto la segretaria ha preso un biglietto con i nomi di quattro medici e mi ha spiegato che potevo andare a pagamento. Privatamente i medici erano disponibili nel giro di 3-4 giorni, ma al costo di 1.200 euro”. Troppi, per un pensionato: “Mi sono trovato di fronte a un bivio: o muoio dal dolore o vado in banca a fare una rapina”.

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