Conte, i partiti e gli scenari ad un passo dalla crisi

Nel weekend spartiacque per i destini del governo Conte bis, le posizioni dei partiti appaiono sempre più rigide. I pontieri (o costruttori, secondo le parole del capo dello Stato) lavorano ancora febbrilmente ad un accordo da ratificare nel Cdm all’inizio della prossima settimana. Ma emerge sempre più chiaramente come, al di là della guerra di trincea combattuta metro per metro su Recovery, delega sui servizi segreti e composizione della squadra di governo, il vero nodo della partita aperta da Renzi siano le dimissioni del premier. In vista di un Conte Ter, assicura il leader Iv, se le sue richieste saranno accolte.
Ma il premier non si fida. E, nella serata in cui Renzi riunisce lo stato maggiore Iv, affida a Facebook un estremo appello alla responsabilità nel «periodo difficilissimo» che sta attraversando il Paese: «È per questa ragione – scrive – che sto lavorando anche a rafforzare la coesione delle forze di maggioranza e la solidità della squadra di governo» e «preparando una lista di priorità che valgano a indirizzare e a rafforzare l’azione del governo sino alla fine della legislatura. Un programma da poter discutere e condividere con tutte le forze di maggioranza».
Sì dovrebbe tenere all’inizio della settimana, probabilmente martedì, il consiglio dei ministri sul menu completo del Recovery Plan che rappresenta il tentativo in extremis di siglare anche l’accordo politico.

Anche nella versione maxi del rimpastone, l’ipotesi ha perso quota di ora in ora. Sono ridotte praticamente a zero le speranze che il premier Giuseppe Conte riesca a cavarsela con la sostituzione di alcuni ministri, anche se di peso.

Le ha lasciate intravvedere il Quirinale nelle settimane scorse come unica alternativa in caso di crisi, ma, a parte le dichiarazioni di rito, gli unici a volerle davvero sono la Lega e Fratelli D’Italia. Un robusto deterrente è rappresentato anche dal dimezzamento degli scranni parlamentari disponibili dopo la riforma confermata dal referendum.

Dopo l’acceso vertice di venerdì notte, al di là delle polemiche («Il governo è al capolinea») i renziani hanno rilevato anche passi avanti, ma prendono tempo e insistono su un ricorso almeno parziale al Mes sanitario, il fondo Salva stati inviso ai Cinque Stelle. Hanno chiesto di vedere una bozza integrale del Recovery, non solo le 13 pagine di sintesi delle novità ricevute finora. Gualtieri e Amendola ci stanno lavorando. Decisivo anche che Conte ceda la delega ai servizi segreti, che andrebbe comunque a un dem, non a Iv. Ma perché scatti l’accordo, il pacchetto dovrebbe essere completo, includendo quindi anche l’uscita dal governo di alcuni ministri M5S a partire dalla Catalfo (Lavoro) e dalla Azzolina (Istruzione). E la via maestra passerebbe secondo i renziani dalle dimissioni del premier, a fronte della garanzia di un “ter” per Conte. Su cui pende la spada di damocle del ritiro dei ministri Iv. Sabato in notturna Renzi convoca in videoconferenza la cabina di regia di Italia viva e i gruppi parlamentari di Camera e Senato.

 

Il premier non si fida. Teme che se si dimettesse, la garanzia sul ter si rivelerebbe scritta sull’acqua. E in queste ore lavora pragmaticamente a disinnescare, una per una, tutte le mine seminate sul suo cammino dai renziani. Richieste sul Recovery, per quanto possibile. Nodo delega sui Servizi segreti. Cambio della guardia in alcuni ministeri chiave. Per poter stanare Renzi sulle sue “vere” intenzioni e dire che lui come premier ha fatto il possibile per trovare un accordo. L’estrema tentazione, resta quella di andare alla conta in Parlamento per farsi votare la fiducia, puntando sui “responsabili” e sulla generale allergia alle urne. Ma la coesione del governo è anche uno dei temi chiave nel messaggio postato su Facebook nella stessa serata in cui Renzi riunisce lo stato maggiore del Partito.

«No a governi tecnici o ad aperture a destra», ribadisce l segretario Zingaretti, assicurando di non temere il voto. Ma le elezioni spaventano tutti tranne Salvini e Meloni, e quindi i Dem seguono per ora Conte nel tentativo di evitare le dimissioni. Se la situazione dovesse precipitare, però, potrebbe prevalere rapidamente il fronte interno che già ora spinge per il Conte Ter. Quanto alla squadra di governo, il Pd condivide da tempo con Iv l’obiettivo di un ricambio al ministero del Lavoro e all’Istruzione.

Il Movimento resta in trincea sul Mes, e fa quadrato sui suoi ministri messi nel mirino da Iv e, meno esplicitamente, dal Pd. Non a caso in un post pubblicato ieri sulla sua pagina Facebook il M5S assicurava «piena fiducia nei suoi ministri ed esponenti di governo che, nel corso di questo ultimo anno, hanno svolto appieno il loro ruolo, pur in condizioni che non hanno precedenti». E si sottolineava che «contrariamente a quanto affermato da alcuni media, nessuno è sacrificabile sull’altare di presunti interessi che nulla hanno a che fare con i bisogni dei cittadini italiani». Il capo politico del M5S Vito Crimi nella serata di sabato: «Il Paese non può permettersi una crisi di governo».

Già da settimane il presidente Sergio Mattarella ha fatto filtrare la prospettiva dell’arma atomica: se cade il governo ci sono le elezioni. Il presidente, certificano in queste ore i quirinalisti, vede con grande preoccupazione lo scenario di una crisi al buio in piena nuova emergenza Covid e alla vigilia delle scadenze europee sul Recovery Fund. Né vede di buon occhio la soluzione di una maggioranza raccogliticcia di corto respiro, con l’aiuto di “responsabili” arruolati in Parlamento. Scontato quindi, che eserciti la sua moral suasion sotto traccia per favorire la ricerca di una soluzione all’interno dell’attuale maggioranza.

Berlusconi ha parlato più volte di governo di salute pubblica (presidenza Draghi). Il suo responsabile economico Renato Brunetta si è molto speso in questi giorni per proporre l’idea di un nuovo governo sostenuto da una maggioranza trasversale riunita in Parlamento intorno al Recovery, ma non necessariamente questa è la linea ufficiale di Fi. Quanto allo scenario Draghi, ieri il forzista Francesco Giro ha detto di ritenere più realistico un Cottarelli 1 “di scopo” che faccia solo tre sole cose: Recovery Plan, Piano Vaccini, con un commissario diverso da Arcuri.

Salvini è tra due fuochi: da un lato non vorrebbe partecipare al governo proposto da Berlusconi se non c’è anche la Meloni, perché teme di perdere voti a destra. Ma l’”asse del Nord”, da Giorgetti a Zaia, spinge perché in caso di crisi il centreodestra non resti alla finestra.

Giorgia Meloni è l’unica che continua a respingere ipotesi di governi alternativi con partecipazione di partiti estranei al centro-destra. Ma potrebbe essere costretta a rivedere la sua posizione se si profilasse una crisi senza possibilità di ricostruire l’attuale maggioranza.

Fonte: il Sole 24 ore

 

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