“Mattarella non diede l’incarico a Salvini perché si è schierato contro le bombe in Siria”: dal Fatto l’accusa al Colle


Di Antonio Socci – Potrà stupire, ma dalla rivelazione di Giovanni Valentini sul Fatto Quotidiano emerge che Matteo Salvini si sarebbe bruciato l’incarico (esplorativo) per formare un governo, dopo le elezioni del 2018, a causa delle sue dichiarazioni pacifiste sui bombardamenti in Siria, ritenute – dal Quirinale – delle critiche a Trump.

Sarebbe stato giudicato, al Quirinale, troppo “di sinistra” o troppo indipendente e pacifista rispetto alla politica estera trumpiana di quel momento. È certamente una rivelazione sorprendente e clamorosa. Ma quanto è attendibile? Si può nutrire qualche dubbio? Arriveranno risposte ufficiose da “ambienti del Quirinale”? Ai posteri l’ardua sentenza.

Ricostruire quei giorni sarà materia per gli storici. Per il momento riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di capire cosa scrive il Fatto quotidiano e se una discussione di questo genere, oggi, può incidere sulla prossima corsa al Quirinale. Anzitutto va ricordato che Giovanni Valentini è un nome importante del giornalismo italiano: è stato direttore dell’Espresso in anni significativi (1984-1991) ed è stato poi vicedirettore (nonché editorialista) di Repubblica dal 1994 al 1998.

Oggi è commentatore del quotidiano diretto da Marco Travaglio, che ieri ha titolato così il suo articolo a tutta pagina: “Tutti gli errori di Mattarella”. Sottotitolo: “Anni terremotati. Dopo le ultime elezioni il Capo dello Stato avrebbe dovuto subito affidare un mandato esplorativo a Salvini. Non averlo fatto ha compromesso il resto della legislatura”.

È sicuramente stupefacente leggere concetti di questo genere sul Fatto quotidiano che è storicamente (molto) avverso al Centrodestra e al leader della Lega. Ma il titolo è coerente con l’articolo. Lo scopo di Valentini era fare un bilancio del settennato di Mattarella. Egli in sintesi rileva che abbiamo avuto quattro governi in sette anni «uno diverso dall’altro.

E ognuno con una maggioranza parlamentare diversa da quello precedente e da quella successiva… Con tutto il rispetto per la persona di Mattarella e per il suo ruolo istituzionale» scrive Valentini «non è un consuntivo linearee trasparente». Si può obiettare che non fu colpa del presidente della Repubblica se dal voto del 2018 uscì un Parlamento tanto complicato e Valentini lo sa e glielo riconosce.

Ma il punto su cui egli insiste è relativo alle scelte del Quirinale dopo le elezioni politiche del 4 marzo 2018, dove si confrontavano, in pratica, tre coalizioni: il Centrodestra, il Centrosinistra e il M5S che faceva coalizione a sé perché rifiutava alleanze. Dalle urne uscì un Centrodestra col 37 per cento, il Centrosinistra con il 22,8 per cento e il M5S con il 32,6 per cento. Quindi si classificò primo il Centrodestra (dove la Lega aveva superato Forza Italia e Fratelli d’Italia ed era quindi il partito più forte della coalizione). Ma il M5S risultò primo fra i partiti singoli. Mentre il Centrosinistra precipitò a un minimo storico. Nessuna delle tre formazioni aveva una maggioranza parlamentare già predefinita per formare un governo.

IDEA ORIGINARIA

Di fronte a una situazione tanto confusa cosa doveva fare Mattarella? La risposta “tranchant” di Valentini è: «Tutto, tranne quello che ha fatto». Poi spiega: «Per quanto possa risultare increscioso, bisogna dire che il Capo dello Stato avrebbe dovuto come primo atto convocare il leader della Lega, titolare della coalizione di maggioranza, affidandogli un pre-incarico o un mandato con riserva per cercare di formare un nuovo governo». In effetti il Centrodestra chiese che si seguisse la prassi tradizionale secondo cui l’incarico andava, anzitutto, alla coalizione maggioritaria. Valentini ricorda che ne scrisse a quel tempo sul Fatto quotidiano e rivela che «un sabato mattina il sottoscritto ricevette una telefonata confidenziale dagli uffici del Quirinale, con cui una fonte più che attendibile spiegò che proprio quella era stata l’idea originaria di Mattarella: affidare un mandato esplorativo a Salvini. In quei giorni però il capo leghista… aveva prima attaccato gli Stati Uniti di Donald Trump per i bombardamenti in Siria… e poi difeso la Russia di Valdimir Putin per la guerra con l’Ucraina: per cui un incarico al leader sovranista della Lega rischiava di apparire una svolta o uno stravolgimento della nostra tradizionale politica estera». Valentini avverte che «in caso di smentite, più o meno ufficiali, mi riservo di trasgredire il segreto professionale rivelando nome e cognome della fonte».

CONTESTO STORICO

In attesa di risposte, più o meno ufficiose, si può fare una considerazione: da quella situazione si uscì con l’incarico affidato a Conte, un nome indicato dal M5S che ebbe il peso maggiore in quel governo. Come tutti sanno le posizioni di politica estera del M5S erano alquanto anomale rispetto alle tradizionali alleanze internazionali dell’Italia. Possibile dunque che il problema sussistesse solo per alcune dichiarazioni di Salvini (che in ogni caso divenne vicepremier) e non per il M5S che espresse il premier e un altro vicepremier (Di Maio)? Oltretutto la Lega era già stata per anni al governo e non aveva mai preteso di sovvertire le nostre alleanze internazionali (né Salvini aveva espresso questo proposito). Infine va detto che il presidente americano Trump non era affatto entusiasta di intervenire in Siria da dove, casomai, voleva venir via. E, per quanto riguarda la crisi Ucraina-Russia, non aveva affatto la posizione duramente antirussa dei Dem.

Questo per inquadrare il contesto storico delle dichiarazioni di Salvini, il quale peraltro – come scriveva il Sole 24 ore – era stato «il primo politico italiano dopo le elezioni» del 4 marzo a essere ricevuto «per un incontro durato un’ora e mezza con il capo della diplomazia Usa in Italia, Lewis Eisenberg, molto vicino a Donald Trump». È singolare che il politico italiano che più veniva attaccato per la sua vicinanza a Trump (a quel tempo tutti avversavano Trump), fosse considerato – al tempo stesso- critico del presidente Usa per essersi espresso contro i raid in Siria come aveva fatto anche la Chiesa (pure i laburisti inglesi avevano duramente criticato il bombardamento).

Peraltro l’Italia non prese parte al raid contro la Siria del 14 aprile e lo stesso Capo del governo Gentiloni (Pd), in carica per gli affari correnti, dichiarò che l’azione doveva essere «circoscritta» e «non può e non deve essere l’inizio di un’escalation». In conclusione, da quanto scrive Il Fatto quotidiano, non aver seguito subito la via maestra di un incarico con riserva a Salvini «ha compromesso il resto della legislatura», perché -scrive Valentini – «sono stati proprio quei tre mesi di stallo l’origine delle turbolenze che hanno investito questa legislatura». Non si sa se un eventuale incarico esplorativo a Salvini avrebbe potuto avere un esito positivo. Valentini ritiene di no, ma non è detto. Il commentatore conclude: «Può anche darsi che ora, data la situazione, i partiti di governo chiedano a Mattarella di restare al Quirinale fino al termine della legislatura e alle elezioni del 2023… ma il passato resta e la storia non cambia».

TUTTI CONTRO TUTTI

Rivelazioni di questo genere possono influire nelle scelte della Lega e del Centrodestra quando si valuterà una possibile rielezione di Mattarella? O sarà lo stesso presidente a ribadire, ancora una volta, di non voler essere rieletto e non voler essere coinvolto in polemiche? Difficile decifrare una partita così complicata che è ancora agli inizi. Ma di sicuro la corsa del Quirinale è cominciata e ci si chiede se non sarebbe il caso di regolamentare finalmente con procedure definite e trasparenti le candidature al Quirinale per sottrarre l’elezione del Capo dello Stato a sei mesi di guerra di tutti contro tutti.

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