Mancati rimpatri di clandestini in Italia, boom di spese: solo nel 2023 ci costeranno 32 milioni di euro


Foto di repertorio

Da IL Tempo – Oltre 32 milioni di euro per il 2023. Poco più di 46 milioni per il 2024. Sono gli stanziamenti previsti dal governo nell’ultima legge di bilancio per l’ampliamento della rete nazionale di centri di permanenza per il rimpatrio. Trattasi di quelle strutture che dovrebbero ospitare temporaneamente gli stranieri senza permesso di soggiorno in attesa del ritorno nel Paese d’origine.

Ritorno che, però, a causa di procedure farraginose, di mancati accordi con gli Stati di partenza e dell’inerzia dell’Europa, diventa un vero e proprio percorso a ostacoli. Al punto che nel 2021 meno della metà delle persone detenute nei Cpr, e cioè il 49,7%, è stata effettivamente rimpatriata. Costringendo il governo a prevedere un aumento di spese per la gestione dei centri: circa 5,4 milioni in più per il 2023, addirittura 15 milioni in più per l’anno successivo.

Sono le cifre contenute in un’analisi realizzata da Openpolis attraverso i dati del ministero dell’Economia. «Teoricamente- si legge nel reportstando alla normativa vigente, uno straniero dovrebbe essere trattenuto soltanto per il tempo strettamente necessario. Di fatto però in moltissimi casi la detenzione amministrativa all’interno di queste strutture si prolunga nel tempo».

La percentuale dei rimpatri, infatti, si è sempre mantenuta piuttosto bassa. «La quota più elevata- si legge ancora nel rapporto di Openpolis – si è raggiunta nel 2017 (prima di quell’anno esisteva un altro tipo di strutture: il Cie), quando è stato rimpatriato il 58,6% dei migranti presenti nei centri di detenzione amministrativa. Anche nel 2020 la cifra si è attestata sul 52,9%. In tutti gli altri anni, tuttavia, non ha raggiunto il 50%. La quota più bassa in questo senso si è raggiunta nel 2018: 43,2%».

Si intuisce, in tal senso, il motivo dell’insistenza del governo italiano nei confronti della Commissione europea affinché le gestione dei rimpatri avvenga su base continentale e non più nazionale. Se il principio della redistribuzione tra gli Stati membri dei migranti appena sbarcati resta un nervo scoperto a Bruxelles – la presidenza svedese di turno ha già chiarito che sarebbe utopistico immaginare nuovi accordi su questo fronte prima della primavera 2024- un primo passo importante sarebbe per Roma proprio quello di prevedere una macchina europea delle espulsioni e un pattugliamento comune dei confini lungo il Mediterraneo centrale. Anche di questo si parlerà al Consiglio europeo straordinario del 9 e del 10 febbraio. «L’immigrazione irregolare si combatte fermando le partenze prima ancora degli sbarchi» ha detto ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in un’intervista a «Il Messaggero».

«È evidente – ha continuato – che si tratta di un fenomeno di una tale complessità che non può trovare soluzione in pochi giorni. Ma sono sicuro che siamo sulla buona strada per ottenere al più presto risultati tangibili». In settimana il tema sarà affrontato anche in Parlamento con l’audizione delle Ong del soccorso in mare e la conferenza stampa sulle limitazioni introdotte dal dl Sicurezza. Mentre ieri circa 202 migranti sono stati trasferiti dall’hotspot di Lampedusa ad altre strutture al fine di liberare posti dato che, nei prossimi giorni, a causa del miglioramento delle condizioni atmosferiche, gli sbarchi dovrebbero riprendere a ritmo serrato. Nonostante i trasferimenti, nell’hotspot dell’isola ci sono ancora 426 persone, una trentina in più della capienza massima. L’esito di un inizio 2023 all’insegna degli arrivi. Al 13 gennaio secondo i dati del Viminale erano già sbarcati 3.819 profughi contro i 378 dello stesso periodo del 2022.

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