L’ultima giravolta dei Cinque Stelle: da “uno vale uno” a “uno vale l’altro”. Pur di salvare la poltrona




1. La democrazia diretta

Era un’ossessione. Avrebbero voluto installare nello sgabuzzino di ogni italiano un seggio elettorale per consultarci anche sul cambio di lampadine nei bagni di Montecitorio. Per anni hanno interpellato i loro iscritti su Rousseau su qualsiasi cosa (purché marginale). Uno stalking. Ora non solo hanno messo in soffitta la loro traballante piattaforma, ma stanno scappando dalla suprema forma di democrazia diretta: le elezioni. Meglio la democrazia indiretta, che ti fa governare anche con il Pd.

2. Lo streaming

Il piede di porco con cui scardinare tutti gli oscuri giochi di palazzo. La diretta dell’incontro con Bersani e il faccia a faccia con Renzi? Dimenticatele. Non le vedrete mai più. Ora, quando devono decidere le sorti del governo e delle loro poltrone, si chiudono in una stanza, tirano giù le tapparelle e mettono le assi di legno alle porte. È finita l’era della trasparenza, la nuova parola d’ordine è opacità.

3. Uno vale uno, uno vale l’altro

Era lo slogan degli slogan: uno vale uno. Finita l’era della casta, del politico appollaiato sulla sua torre d’avorio a sputacchiare sulle plebi. Uno dei cardini attorno al quale ruotava questo ragionamento era la volontà del Movimento di non scendere a patti con nessuno. Il primo smottamento lo avevamo già visto con il contratto gialloverde. Ora Di Maio, da bibitaro a panettiere, ha inaugurato l’era dei due forni: da una parte Pd, dall’altra la Lega. Purché si stia al governo va bene tutto. Uno vale l’altro.

4. Diversità antropologica

I grillini hanno sempre sostenuto di essere diversi. Un’altra cosa rispetto ai tradizionali politici. Una diversità antropologica e quasi spirituale. Puri. E poi vedi Di Maio che esce dalle consultazioni e fa un discorso in politichese che andrebbe sottotitolato e tradotto da una mummia della prima Repubblica. Si sono democristianizzati senza avere la cultura politica dei Dc.

5. Il governo contro il popolo

La nouvelle vague è stata inaugurata da Conte, ex avvocato del popolo autonominatosi giudice di Salvini. Il premier, parlando in Senato, pur di attaccare il leghista ha criticato chi invoca le piazze e usa i social per fare politica. Lui. Paracadutato a Palazzo Chigi da un movimento nato sul web e cresciuto sui social. Un movimento che ha aizzato le piazze e portato sotto i palazzi migliaia di persone al delicatissimo grido di «vaffanculo». Da populisti ad anti popolo. Il passo è stato brevissimo.

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