L’UE trama per un altro “golpe”, Gentiloni al Quirinale: condannano l’Italia a un nuovo “fantoccio” di sinistra





Da Libero Quotidiano – In natura ci sono delle costanti come la velocità della luce o – più terra terra – fenomeni naturali ovvi come la neve d’inverno e il caldo d’estate. Deve appartenere a una legge di natura anche il sesto senso del Pd per il potere e bisogna riconoscere alla sua classe dirigente un’abilità davvero straordinaria nel mantenerlo.

Infatti qualunque cosa succeda, in un modo o nell’altro, salta fuori la soluzione che vede il Pd insediarsi al potere. Lo dimostra la storia. Da circa 15 anni il Pd non vince le elezioni, eppure sta (o comunque torna) sempre al potere. Stavolta c’è un passaggio complesso. Il Pd vuole riuscire ad ogni costo ad eleggere un suo esponente o al Quirinale o a Palazzo Chigi, pur non avendo i numeri perché l’attuale Parlamento deriva dalle elezioni del 2018 in cui questo partito precipitò al minimo storico. Le condizione di partenza sono molto ardue per il Pd, e solo per possibili errori del centrodestra potrà farcela pure stavolta. Infatti ci sono tre dati di fatto da tenere presenti.

Il primo è la fine del mandato presidenziale di Sergio Mattarella che – nonostante i desideri del Pd – ha del tutto escluso di restare al Quirinale per un secondo mandato (ma può darsi che provino fino all’ultimo a convincerlo). Poi bisogna tener conto che da decenni il presidente della Repubblica è stato indicato dalla Sinistra e mai dal centrodestra che stavolta ha un numero di grandi elettori – 451- superiore alla parte avversa e ambisce, finalmente e legittimamente, a indicare per la prima volta il nome del presidente da eleggere.

Il terzo elemento da considerare è Mario Draghi, ovvero un Capo del governo molto forte, che non appartiene al Pd e neanche ne dipende. Sommando questi tre dati, tutti sfavorevoli al partito di Enrico Letta, sembrerebbe naturale andare verso un nuovo assetto della repubblica dai cui vertici, per la prima volta, il Pd sarebbe assente, cosa che è – per questo partito – assolutamente inconcepibile. Per evitare una tale sciagura il segretario del Pd ha lucidamente individuato la sua strategia e ha azzeccato le prime due mosse.

TROPPE PRETESE
La prima consiste nel porre il veto sulla candidatura di Berlusconi avanzata dal centrodestra. Certo, traspare in questo veto la vecchia e arbitraria pretesa della Sinistra di definire “chi può” e “chi non può” andare al potere, ma bisogna riconoscere che Letta, in questo caso, ha la possibilità di ribattere che il nome per il Quirinale, anche se proveniente da una parte, deve avere un profilo e un consenso ecumenico.

È pur vero che il Pd in passato non ha applicato questo requisito ai nomi che ha indicato, ma va riconosciuto che Letta non ha posto un veto a priori a qualunque nome del centrodestra, ma solo a quello del Cavaliere ritenendolo troppo divisivo perché storicamente leader e fondatore di una delle due parti in campo.

Con questo veto di Letta il centrodestra sembra essere paralizzato perché non ha un “piano B” e – non potendo contare sul consenso generale nelle prime votazioni- deve cercare dopo di raggranellare i voti per Berlusconi senza Pd, M5S e Sinistra. Impresa difficile. La seconda mossa azzeccata da Letta è la decisione di “mettere il cappello” sul nome di Draghi per il Quirinale. L’attuale premier infatti è il candidato che ha il maggior consenso nel Paese e quello a cui è difficile dire no per i partiti dell’attuale maggioranza

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