L’orrore dei matrimoni forzati islamici: Saman e quelle ragazze che la sinistra fa finta di non vedere


Di Tatiana Santi – La tragica vicenda di Saman non è un caso isolato, in Italia sono numerose le donne straniere che subiscono i matrimoni combinati, diverse hanno perso la vita per avere detto “no” ad un matrimonio forzato. Dal silenzio della sinistra agli attacchi della destra verso l’islam, manca evidentemente una rete strutturata di aiuto per le donne migranti.

Proseguono le ricerche della ragazza pakistana scomparsa un mese fa Saman Abbas, la diciottenne che si è opposta ad un matrimonio forzato. Quello dei matrimoni combinati e delle ragazze straniere che vengono uccise per un “no” ad un matrimonio imposto è un problema diffuso in Italia. Dalla politica però, sia da destra sia da sinistra, non arrivano delle risposte concrete per aiutare in modo strutturale le ragazze che hanno bisogno di sostegno. Quando si agirà per cambiare le cose? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Tiziana Dal Pra, attivista per i diritti delle donne, fondatrice dell’associazione “Trama di Terre”, che ha aperto a Bologna nel 2011 la prima casa rifugio per ragazze che rifiutano i matrimoni forzati.

— Saman non è la prima donna che viene uccisa per aver rifiutato un matrimonio combinato. Tiziana Dal Pra, è un problema che esiste in Italia e va affrontato, non crede?

— Certo, la prima ragazza che è stata uccisa da un padre perché aveva rifiutato un matrimonio forzato è Hina Saleem nel 2006. Da allora le ragazze di origine straniera hanno cominciato a parlarne, a chiedere aiuto. Dobbiamo dire però che in Italia dobbiamo ancora maturare una risposta coordinata, efficace e di rete.

— Sono numerose le unioni forzate che si registrano in Italia?

— È un fenomeno diffuso, dati statistici non ce ne sono, perché non è mai stata effettuata un’indagine statistica. Secondo me andrebbero sollecitati i comuni per stilare questi dati prima di attivare l’Istat, partendo dai numeri di presenza di alcune nazionalità. Va fatta una campagna di sensibilizzazione e di prevenzione perché i numeri rischiano di essere alti.

— Parliamo delle reazioni del mondo della politica. Possiamo dire che la sinistra è un po’ troppo timida nel condannare questi casi perché ha un occhio di riguardo per l’islam?

— Sì, penso che la sinistra sia troppo timida e d’altra parte la destra cavalchi il problema. Alla fine pagano le donne. Qui si tratta di relativismo culturale più che di essere buonisti verso l’islam, perché i matrimoni forzati vengono fatti anche in altri contesti religiosi. Si ha paura di prendere una posizione che faccia emergere come anche all’interno di gruppi nazionali sul territorio italiano ci sia questa problematica.

Non si vuole fare emergere la mancanza dell’attuazione dei diritti delle donne. Sappiamo che ci sono molte donne nascoste, molte donne che non vivono all’interno della società, moltissime donne che non hanno accesso all’istruzione. Anche se lo sappiamo pensiamo sempre che siano o affari di famiglia oppure che mettiamo becco su questioni che non ci riguardano.

— La sinistra quindi non vuole proprio affrontare il problema, mentre la destra attacca direttamente l’islam. Manca un approccio strutturale unitario?

— Manca un approccio che parli dei diritti umani di genere, che metta al centro la mancanza dei diritti delle donne. Avvengono dei femminicidi perché queste ragazze dicono “no” a delle imposizioni e per cui bisogna includere il problema nel piano nazionale. Il codice rosso cita i matrimoni forzati, ma come reato e come pena. Bisogna mettere in atto degli strumenti di prevenzione. Bisogna parlare con queste donne, non con le comunità religiose. La religione è un evento privato e deve stare a lato di questa dimensione, non deve essere né criminalizzata, ma neanche valorizzata al primo posto come una questione con cui dobbiamo confrontarci. Al centro devono tornare le donne con i loro diritti.
— In questo contesto però non si fanno tanto sentire le femministe, non crede?

— Sicuramente. Il mondo del femminismo non vuole essere estraneo, capisce perfettamente questo problema, ma molte femministe hanno paura che la società giudichi il loro atteggiamento come colonialista. Secondo me la libertà delle donne non è colonialismo, noi donne italiane non dobbiamo insegnare niente a nessun’altra donna. La donna lo sa, sa di cosa avrebbe diritto, per cui dobbiamo mettere in atto una relazione: dobbiamo vivere insieme questi problemi e farli emergere. Probabilmente manca nella realtà un contatto serio con queste donne migranti.

— Qual è quindi la soluzione a questo problema?

— All’interno della prevenzione c’è anche una raccolta di dati seri che deve partire dalle ragazze nelle scuole. Noi sappiamo che dai 14-16 anni può avvenire questo problema. Le ragazze lanciano dei segnali che a scuola non vengono recepiti. Serve una campagna nazionale di informazione: le ragazze non solo si possono aiutare, ma in primis devono essere credute. Molte volte si confonde questo problema con una disobbedienza da adolescente.

— All’interno della prevenzione c’è anche una raccolta di dati seri che deve partire dalle ragazze nelle scuole. Noi sappiamo che dai 14-16 anni può avvenire questo problema. Le ragazze lanciano dei segnali che a scuola non vengono recepiti. Serve una campagna nazionale di informazione: le ragazze non solo si possono aiutare, ma in primis devono essere credute. Molte volte si confonde questo problema con una disobbedienza da adolescente.”>

Qui parliamo di fatti ben più gravi da smascherare di violenza patriarcale. Queste ragazze hanno bisogno di un luogo sicuro, di una compagna d’informazione in più lingue e di operatrici preparate. Parliamo di una violenza vissuta in modo particolare: essendo migranti vengono allontanate dalla famiglia, ma hanno il vuoto attorno a sé, non è come essere allontanati da una famiglia italiana. Quindi prima di tutto bisogna mettere in atto delle politiche di ascolto e rilevare i numeri e i problemi di queste ragazze. Dobbiamo battere tutti e tutte un colpo per queste ragazze e per noi stessi, altrimenti siamo tutti complici.

— Certo, la prima ragazza che è stata uccisa da un padre perché aveva rifiutato un matrimonio forzato è Hina Saleem nel 2006. Da allora le ragazze di origine straniera hanno cominciato a parlarne, a chiedere aiuto. Dobbiamo dire però che in Italia dobbiamo ancora maturare una risposta coordinata, efficace e di rete.”

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