L’Italia si ribella a Draghi. Scuola, sanità e giustizia: in arrivo una raffica di scioperi contro il governo





Da Affari Italiani – Governo: Draghi alle prese non solo con la maggioranza traballante, ma anche col malessere crescente nel Paese reale. Anche l’esecutivo celebrato come panacea di tutti i mali, in realtà, non è risparmiato dagli scioperi. Tra l’altro nei comparti cruciali del settore pubblico e cioè scuola, sanità e giustizia.

E’ passato quasi un anno mezzo dall’insediamento del governo Draghi. Un esecutivo accolto e celebrato come la panacea di tutti i mali nostrani proprio per merito delle capacità “taumaturgiche” accreditate all’ex numero uno della Bce. Ma dopo 14 mesi al timone, la navigazione per il premier non è la stessa degli esordi. Le acque si fanno sempre più agitate.


E non si tratta solo della maggioranza che lo sostiene e la cui unità più che col vinavil è tenuta insieme da una corda sfilacciata. I principali malumori infatti sono quelli che si registrano nel cosiddetto Paese reale. Complice la pandemia che ha lasciato i suoi segni, ma ora anche e soprattutto la guerra in Ucraina, con le sue pesanti ripercussioni sul piano energetico e quindi economico.

Lo sciopero insomma è tornato protagonista. Non siamo ai livelli dei governi Berlusconi e di proteste tipo quella contro l’abolizione dell’articolo 18, o della mobilitazione contro la Buona scuola targata Renzi, ma il malcontento è crescente. Basta guardare ai comparti cruciali del settore pubblico e cioè scuola, sanità e giustizia.

Partiamo dal primo. Nel mondo dell’istruzione, che insieme a quello sanitario è interessato dai rinnovi contrattuali, delusione e rabbia sono più tangibili. Non a caso, per la seconda volta in cinque mesi, i sindacati (Flc Cgil, Cisl scuola, Uil Scuola, Snals Confsal, Gilda Unams) il prossimo 30 maggio saranno nuovamente in piazza contro la riforma targata Draghi-Bianchi. Salari e diritti al centro della protesta. Nel mirino delle sigle sindacali “la rigidità del ministero” di fronte alle loro istanze. Di qui “un percorso di forte protesta, con diverse forme di mobilitazione” dal quale non è escluso neppure, avvertono, “lo sciopero degli scrutini, e di informazione capillare del personale della scuola”.

Non che nel comparto sanitario la situazione sia migliore. Senza andare troppo indietro nel tempo, infatti, appena a marzo scorso a proclamare due giorni di sciopero sono stati i medici di Smi (Sindacato medici italiani) e Simet (Sindacato italiano medici del territorio), con la chiusura degli ambulatori. Carichi di lavoro insostenibili, mancanza di tutele, a cominciare dal riconoscimento dell’infortunio sono tra le principali ragioni della protesta. Oltre alla rabbia di fronte allo stanziamento per l’indennizzo alle famiglie dei colleghi deceduti per Covid, definito da Smi e Simet “un’elemosina, un doppio schiaffo, da parte dello Stato, soprattutto agli orfani di quei medici”.

E che dire degli infermieri, altra categoria di professionisti in prima linea nella lotta al virus? Anche loro hanno incrociato le braccia. Hanno iniziato quelli rappresentati dal Nursind con uno sciopero nazionale di 24 ore, che si è celebrato il 28 gennaio scorso a Roma ei n tutti i capoluoghi di regione. A spingerli in piazza la mancata valorizzazione economica e professionale della categoria.

Pure l’altra sigla, il Nursing up, ha fatto sentire la sua voce lo scorso 8 aprile, dopo giorni di manifestazioni di piazza. Promette sviluppi, infine, il caso dei medici di Pronto soccorso sotto organico. Il più eclatante rimane quello del Cardarelli di Napoli, con 25 camici bianchi che hanno firmato una lettera di dimissioni, ma la situazione è critica da nord a sud del Paese. Al punto che ieri il ministro della Salute Roberto Speranza ha dovuto riconoscere che rimane “la grande questione del personale” e che bisogna “investire di più”.

Gli impegni presi in Europa sono un cappio sempre più stretto intorno al collo di Draghi. Ci sono le scadenze del Pnrr da rispettare e la tabella di marcia delle riforme non può che essere serrata. E questo vale anche su un altro fronte caldo quale quello della giustizia. E così anche la riforma Cartabia, approvata alla Camera ma non ancora dal Senato, miete le sue vittime. Lo sciopero dei togati contro le modifiche dell’ordinamento giudiziario e del Csm è fissato per il prossimo 16 maggio. “Non per protestare, ma per essere ascoltati”, sottolinea la mozione approvata dall’Anm.

Ma il livello di conflitto sociale in generale è molto alto, malgrado una sua fisiologica riduzione in epoca pandemica e al di là del reale impatto sui cittadini. Lo dimostrano i dati che emergono spulciando il calendario degli scioperi sul sito della Commissione di garanzia: fatta eccezione per la revoca annunciata proprio oggi dai sindacati della mobilitazione degli autoferrontranvieri-internavigatori, prevista il 30 maggio, dal 1 gennaio a ieri per esempio sono stati proclamati 584 scioperi e ne sono stati effettuati 423.

A riprova che la pax draghiana in fin dei conti riempie le pagine dei giornali, ma si vede poco nel Paese reale. A un primo giro di ricognizione, i settori più caldi sono il trasporto pubblico locale, con 101 scioperi proclamati e 75 effettuati e igiene e ambiente, con 53 scioperi proclamati e 28 effettuati. Seguono regioni e autonomie locali, con i primi a quota 52 e i secondi 43; pulizie e multiservizi con 44 e 27 e il trasporto aereo con 40 e 22. Non poteva mancare infine il servizio sanitario nazionale: qui da inizio anno si marcia sui 38 scioperi proclamati e 27 effettuati.

Una primavera calda per il presidente del Consiglio, non c’è che dire. Anche perché pure il privato scalpita. Sono lontani i tempi in cui Draghi era stato inserito da Carlo Bonomi nel pantheon degli “uomini della necessità”. Il numero uno di Confindustria, infatti, qualche stoccata al Governo l’ha riservata. E’ successo di recente con il bonus del decreto Aiuti da 200 euro una tantum, che ha definito senza mezzi termini un “errore”. Senza dimenticare il pressing sull’esecutivo in merito alla questione del tetto al prezzo del gas. Un’“operazione fattibilissima”, secondo il presidente degli industriali che non a caso è andato dritto al punto e in una recente intervista a La Stampa ha detto: “Se l’Europa non vuole, dobbiamo agire da soli”.

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