L’incubo è tornato, l’uomo che ha svenduto l’Italia agli strozzini di Bruxelles si candida per il Colle


 – E insomma, lui ci vuole riprovare. «C’è un Paese da cambiare e che non va deluso. In fila ai seggi ho visto la speranza, una partecipazione forte, un’Italia che si fida». Anche Romano Prodi, nonostante tutto, spera e si fida. Bruciato più volte, accoltellato all’ultimo metro, tradito dai suoi a poche ore dal voto, eppure eccolo che insiste ancora, che vuole il Colle, che pesta sui pedali e riparte per la sua impossibile scalata. «Serve un grande progetto di rinascita morale, servono decisioni di respiro». Serve un Prof presidente della Repubblica.

La corsa la Quirinale è già partita. Manca ancora un anno e mezzo, troppe cose succederanno da qui all’inizio del 2022, dal Covid alla crisi economica alla caccia ai 209 miliardi europei. Ma il turno elettorale e referendario di fine estate ha stabilizzato il governo e chiuso la strada alle elezioni anticipate, rinfocolando gli appetiti dei tanti aspiranti al Soglio. Prodi è il primo a muoversi, con un’ampia intervista all’Avvenire, e non è detto che sia una strategia sbagliata. Troppo presto? Forse. Lui punta a sfruttare il momento, presentandosi come il campione dell’alleanza da costruire Nazareno-grillini. «Nel Pd e nel M5s ci sono anche valori unificanti – dice – ma ora occorre un salto di qualità».

Quindi, il candidato comune è pronto, non ha paura di scottarsi come l’ultima volta. «Chi pecora si fa, il lupo se lo mangia». Era il 2013, Giorgio Napolitano stava finendo il suo mandato e il centrosinistra aveva scelto Prodi per acclamazione durante un’assemblea al cinema Capranica. Sembrava fatta, ma mentre l’ex premier era in volo di ritorno dall’Africa per accettare l’investitura, il Parlamento 101 franchi tiratori affossarono le sue speranze. Sette anni dopo lo scenario è cambiato, i Cinque stelle non sono più nemici e Prodi e diventato perfino amico di Beppe Grillo. «È inutile discutere delle controversie del passato, non possono che dividere». Come andrà stavolta? Verrà impallinato di nuovo?

L’ex presidente della Commissione Ue può farcela solo se scamperà al fuoco amico e se le Camere saranno le stesse di oggi, con mille eletti dal popolo. Quando si rivoterà caleranno a 600, i grillini verranno dimezzati e i rapporti di forze trasformati anche per effetto di una diversa distribuzione territoriale. La riforma infatti è stata approvata dal referendum ma non è ancora applicabile. Nei prossimi due mesi dovranno essere ridisegnati i collegi e preparate le leggi attuative, poi, come ha ricordato Sabino Cassese, toccherà pure ritoccare le quote dei rappresentati regionali per riallinearli a un Parlamento dimagrito. Tutte cose che possono modificare gli equilibri politici e influenzare la nomina del presidente.

E mentre Prodi si agita, gli altri candidati progettano le loro mosse. Anche Giuseppe Conte, che pure ha le sue rogne a Palazzo Chigi, pare sogni il gran salto. Così almeno viene spiegata la sua uscita di qualche settimana fa, quando con un colpo solo ha cercato di far fuori i due concorrenti più forti, Sergio Mattarella, che il premier vedrebbe bene per un bis, e Mario Draghi, possibile competitor pure per il governo, definito «stanco». I due si sono irritati ma certo non indeboliti, anzi. Sempre che abbiamo intenzione di partecipare.

A completare il parterre i soliti noti, Dario Franceschini, Paolo Gentiloni, Walter Veltroni, Pier Ferdinando Casini, tutti in modo diverso espressione del centrosinistra. Sull’altro versante potrebbe entrare in gioco per il suo ruolo istituzionale la presidente del Senato Elisabetta Casellati. Tra le figure di garanzia spicca Maria Cartabia, che ha appena concluso il suo mandato di presidente della Corte Costituzionale. Ma manca ancora tempo, tanto tempo, per una corsa che si decide sempre all’ultima curva. «Chi parte troppo presto – spiega il saggio e prudente Franceschini – di solito arriva troppo tardi».

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