Le chiese, i coltelli, la carità: quei parroci dei poveri, uccisi dagli immigrati che aiutavano. Cosa c’è dietro queste storie


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Di  Le due cronache sono così simili che viene la pelle d’oca. Stessa provincia. Stessa arma del delitto. Il sagrato di una parrocchia come scenario di un macabro delitto. E quegli assassini (o presunti tali, nell’ultimo caso) che uccidono il parroco che donava loro un po’ di dignità.L’omicidio di don Roberto Malgesini è una tragedia che si ripete. Si ripete dopo venti anni dopo quelle coltellate inferte all’addome a don Renzo Beretta, parroco di Ponte Chiasso, ammazzato da un marocchino cui faceva la carità.

È una fredda mattina del gennaio 1999 quando don Renzo apre a Abdel Lakhoitri, uno dei tanti stranieri che bussano ogni giorno alla sua porta. L’uomo chiede un prestito che il parroco non può o non vuole concedere, il marocchino lo aggredisce, lo accoltella e il don si accascia sul sagrato della sua chiesa. In pieno giorno. Inutile la corsa in ospedale e il tentativo di salvargli la vita: i colpi all’addome sono mortali. Lakhoitri tenta la fuga in autobus, ma viene catturato e confessa. Condannato a 14 anni di carcere, dopo otto anni è stato scarcerato e rimpatriato in Marocco. Di lui restano gli articoli di cronaca di quel tragico delitto. Che ora sembra tornare come un’ombra su Como.

Leggendo i resoconti dell’epoca e i racconti di oggi su don Roberto le storie dei due parroci sembrano somigliarsi. A parte l’anagrafica. Don Renzo era nato a Camerlata nel 1922, divenne sacerdote nel 1948 e dopo alcuni giri fu nominato parroco di Ponte Chiasso nel 1984. Nel pieno della crisi migratoria degli anni ‘90 aprì la sua parrocchia e la casa a extracomunitari e tossicodipendenti. Un po’ come don Roberto, che invece era nato a Morbegno nel 1969 ed era stato ordinato nel 1998, un anno prima che don Renzo perdesse la vita. A Como non gestiva alcuna parrocchia mi si dedicava anche lui alle situazioni di “marginalità”, visto che coordinava un gruppo di volontari che ogni mattina portava un pasto caldo ai senzatetto della città. Tra loro anche molti migranti, come il tunisino irregolare che avrebbe confessato il delitto.

Già, perché un altro filo rosso che lega queste due vicende così lontane nel tempo è l’identità delle persone coinvolte. Le cronache dell’epoca dicono che Lakhoitri era “sprovvisto di documenti, frequentava la parrocchia e il centro di assistenza, era quindi ben conosciuto dal prete che gli aveva aperto la porta della sua casa senza sospetti”. Allo stesso modo, anche il presunto assassino di don Roberto è un tunisino irregolare, di 53 anni, arrivato in Italia nel 1993, sposato con un’italiana, con precedenti per rapina, furto e un’ordine di espulsione (datato 8 aprile) mai eseguito causa Covid. Anche lui era conosciuto dal parroco che era solito aiutare lui e tanti altri: è stato ucciso alle 7, poco distante dalla canonica di San Rocco e dalla sua auto colma di aiuti per i senzatetto.

Infine, il coltello. Dopo aver colpito don Renzo, Lakhoitri gettò la lama del delitto lungo la strada. La stessa arma usata anche per uccidere don Roberto, e trovato poco lontano dalla chiesa di San Rocco. Ultimo particolare in comune di due vicende tragiche. Che a distanza di 20 anni sembrano quasi legate da un filo rosso. Sporco di sangue.

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