La sinistra svedese: “Niente sussidi agli immigrati che non lavorano e non sanno la lingua. Qui uomini e donne contribuiscono”





Di Valerio Savioli – Roma, 28 nov – La nazione modello per eccellenza dell’accoglienza indiscriminata sembra stia cambiando idea. E così muta anche l’agenda politica legata all’immigrazione in terra di Svezia.

Durante il suo discorso di insediamento[1], la socialdemocratica Magdalena Andersson, già primo premier donna e dimissionaria nelle ultime ore[2], dopo aver passato in rassegna quelli che sarebbero i risultati positivi dello stato sociale scandinavo, in netta opposizione al modello mercatista dei “sorridenti banchieri di Wall Street”, si rivolge direttamente ai circa due milioni di rifugiati ed immigrati presenti con le seguenti parole: “Se sei giovane devi ottenere un diploma di scuola superiore e proseguire per ottenere un lavoro o un’istruzione superiore.

Se ricevi aiuti finanziari dallo stato, devi imparare lo svedese e lavorare un certo numero di ore alla settimana. […] Qui in Svezia, uomini e donne lavorano e contribuiscono al benessere. L’uguaglianza di genere in Svezia si applica indipendentemente da ciò che padri, madri, coniugi o fratelli pensano e sentono”.

Immigrazione modello Svezia: un eldorado aperturista e progressista

Spesso preso come punto di riferimento ideale anche da alcune frange progressiste nostrane, le quali ultimamente invece fingono di non vederne l’approccio di oggettivo successo per contenere il Covid, questo modello socioeconomico nato poco prima della metà del XX secolo dalle forze socialdemocratiche scandinave, a grandi linee, vede al centro della sua agenda politica importanti investimenti sullo stato sociale in un contesto di libero mercato, dove una fetta considerevole della popolazione è impiegata nel pubblico settore, a fronte di una delle più elevate tassazioni del mondo. Il modello svedese è connaturato da una natura ideologicamente progressista, mondialista e fortemente aperturista, quasi fosse l’incarnazione di una superpotenza moralista.

Nel solo 2015 la Svezia ha aperto i confini a più di 160mila immigrati (su una popolazione di 9 milioni di abitanti circa). In gran parte provenienti da nazioni come la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan. “Dobbiamo decidere subito che tipo di Europa saremo. La mia Europa accoglie i rifugiati. La mia Europa non costruisce muri”: queste le parole dell’allora premier svedese socialdemocratico Stefan Lofven[3]. Oggi le posizioni politiche, anche dei partiti più progressisti, sembra stiano prendendo una piega diversa, quasi opposta.

Nel 2016 per le politiche legate all’immigrazione la Svezia ha speso 6 miliardi di dollari. Più del 5% del suo budget totale del governo.

Dal paradiso della sicurezza all’inferno del crimine il passo è breve

Una recente indagine rivela che la Svezia è passata, nel giro di vent’anni, dall’essere una delle nazioni europee più sicuri in assoluto alla seconda più pericolosa in termini di criminalità armata. Infatti, dopo essere stata classificata al 18° posto su 22 Paesi per criminalità armata dal 2000 al 2003, la Svezia è ora al secondo posto, dietro solo alla Croazia[4]: “La Svezia è l’unico Paese europeo in cui le sparatorie mortali sono aumentate in modo significativo dal 2000, passando da uno dei tassi di violenza armata più bassi del continente a uno dei più alti in meno di un decennio. […] “L’aumento degli omicidi armati in Svezia è strettamente legato agli ambienti criminali nelle aree socialmente svantaggiate”, afferma il rapporto, osservando che le morti per arma da fuoco sono più che raddoppiate tra il 2011 e il 2019 e ora rappresentano il 40% delle morti violente[5].”

Oltre alla criminalità armata la Svezia è stata al centro di un dibattito sulle violenze sessuali[6] che ha oltrepassato i confini nazionali. Arrivando a far parlare del Paese e delle sue principali città come le capitali europee degli stupri[7]. Si è poi cominciato a parlare di vere e proprie zone interdette, le cosiddette e contestate No Go Zones[8], luoghi ormai apparentemente in mano alla criminalità dove nemmeno le forze dell’ordine sembrerebbe abbiano più il controllo.

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