La pagliacciata contro i presidi che chiedono decoro, studente a scuola con la minigonna: “Stop stereotipi”


Da Il Giornale – La velocità di comunicazione, la pandemia, la guerra sono elementi che hanno pesantemente influito sui giovani e sulla loro crescita. Il disagio sociale, manifestato con le baby gang, la mancanza di punti di riferimento stabili, la disgregazione delle famiglie hanno accelerato e acuito una sorta di ribellione nei confronti di autorità e regole.

Dall’altra parte siamo di fronte a giovani cresciuti più velocemente delle generazioni precedenti. Spesso irrequieti e desiderosi di un mondo diverso, dove la libertà è solo qualcosa di accettato, ma di unanimamente riconosciuto. Salta quindi agli occhi come possa risultare difficoltoso il confronto con l’autorità, soprattutto all’interno della scuola, luogo deputato sia di crescita ma anche di confini e regole.

Ultimamente si sta infiammando il dibattito sulla decisione di alcuni presidi di imporre un abbigliamento definito “adeguato” all’interno delle classi. Niente canotte, pantaloncini, gonne, o addirittura, come ha fatto un professore, coprire gli strappi dei pantaloni con lo scotch. Uno strappo, in questo caso, forse più di comunicazione tra due diverse generazioni: quella di chi impone l’autorità e quella di chi percepisce di subirla, come limitazione della propria libertà.

Simbolo di questa protesta è un ragazzo, Angelo Ragazzini, giovane e noto TikToker, meglio conosciuto come “il ragazzo della gonna”. Angelo ha deciso nel 2020 di indossarla, anche per andare a scuola, suscitando polemiche tra chi trovava inadeguato il suo abbigliamento, e chi invece lo ha riconosciuto come un esempio da seguire, per combattere gli stereotipi di ogni genere. Lo abbiamo intervistato per comprendere il suo punto di vista su questa vicenda.

Come è nata la sua passione per indossare le gonne?

“Da lontano. Ero un bambino. Quando mia mamma usciva di casa, io aprivo l’armadio per indossare i suoi vestiti e i tacchi alti. Da qualche parte ci sono anche alcune foto che mi ha scattato. Io ero convinto di farlo a sua insaputa”.

Quindi le indossava anche prima della polemica dei presidi sull’abbigliamento adeguato da indossare in classe?

“Ho iniziato a metterla nel 2020. Prima solo sui social, poi anche a scuola. Venivo da un periodo molto buio, dove avevo subito pesanti atti di bullismo e body shaming. Ad un certo punto ho deciso di venire fuori e di mostrare realmente quello che sono. Non sapevo che stavo portando avanti una rivoluzione.

Però arrivato a questo punto del mio percorso, dico che sono cosciente e combatto gli stereotipi lottando a favore dei diritti LGBTQ. Per questo uno dei miei più grandi desideri sarebbe quello di poter parlare di questo nelle scuole. C’è tanta gente che non ha il coraggio di venire fuori per paura della violenza, sia verbale che fisica”.

Tornando al discorso dei presidi, secondo lei cosa disturba i giovani del seguire alcune regole?

“È un po’ come una violazione delle persone e della loro privacy. Il fatto di volere una ‘divisa’ per tutti gli studenti, è una limitazione della libertà e della fantasia delle persone. Ovviamente non si può andare a scuola in ciabatte o in costume. Ma alla fine una gonna non è altro che un pezzo di stoffa, che però a me e ad altri ragazzi fa stare bene.

La gente mi chiede spesso cosa provo, e io dico sempre che per comprenderlo bisogna indossarla. E’ un mix di sensazioni che a parole sono indescrivibili. Altro discorso è se usata in forma narcisistica, per far vedere le gambe o mettersi in mostra. In quel caso penso sia giusto mettere delle regole. Però vietarla genericamente lo trovo ingiusto”.

Facendo una provocazione, potrebbe esserci anche il desiderio, sia suo ma anche degli altri studenti, di andare contro le regole?

“Potrebbe esserci in piccola parte. Però anche la gente che mi guarda per la strada, sia che mi faccia i complimenti o che non sia d’accordo, inizia comunque a riflettere. È una rivoluzione positiva che ti fa scattare qualcosa. Il problema principale è sempre come vengono educate le persone. Il mondo è pieno di omofobia, transfobia e anche di discriminazioni riguardo il modo di vestire.

Proprio perché non ci sono luoghi dove educare i ragazzi. Non puoi farlo a 50 anni con gli adulti. Se ai miei nonni spiego che indosso una gonna perché mi piace, giustamente non mi capiscono. Per me bisogna iniziare a educare i bambini. È da lì che si può fare una rivoluzione non violenta, e cambiare questo mondo. Perché sempre di più le persone stanno uscendo fuori. Fino ad ora, come è successo a me, per colpa delle discriminazioni, non si sentivano liberi di farlo”.

Non crede che esista un filo sottile tra la ricerca della libertà e le esagerazioni che si legano a questo desiderio?

“Nonostante tutto quello che faccio, ci sono cose che neanche io condivido. Ultimamente c’è la polemica sul fatto dei colori. Azzurro per maschio e rosa per femmina. Non penso che un colore possa determinare chissà cosa di una persona. Alla fine l’uno o l’altro è un gusto personale.

Mentre per il fatto di parlare al femminile con una ragazza che magari preferisce essere chiamata al maschile, è una cosa un po’ nuova anche per me. Sono una persona aperta e quando l’ho saputo ho cambiato modo. Però ammetto che bisogna anche venirsi incontro. Una signora anziana non potrà mai capire una cosa del genere.

Per questo sto cercando di divulgare il più possibile. Per assurdo la cosa che mi piacerebbe fare è un reality tipo il Grande Fratello per avere la possibilità di entrare per lungo tempo in casa delle persone e veicolare questo messaggio in maniera importante. Perché bisogna educarle in primis a non discriminare gli altri per il loro aspetto fisico o per il credo sessuale”.

Davvero tutti i giovani sono pronti a questa rivoluzione, o magari alcuni di loro ne hanno forse anche paura?

“Io penso che quando una persona sta bene con se stessa, non ha bisogno di criticare qualcun altro. Io non lo faccio. Quando si arriva a schernire qualcuno evidentemente si è stati educati in un determinato modo. Trovo comunque che per combattere queste discriminazioni bisogna ascoltare entrambe le parti e cercare una strada comune su cui lavorare, altrimenti è impossibile superare questi limiti”.

Un bell’augurio di sicuro, ma cosa si aspetta Angelo da questo suo percorso?

“Di portare avanti in tutti i modi questa lotta alle discriminazioni. Per questo cerco di apparire il più possibile per divulgare questo messaggio. Che sia al Grande Fratello, sui social o all’interno delle scuole, parlare e raccontare è il miglior modo per evolvere e vivere senza violenza”.

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