La lezione della Turchia all’Italia: dopo 6 giorni ha liberato i suoi marinai rapiti in Libia. I nostri pescatori abbandonati







Di Ruggero Vero – Mazara del Vallo, 11 dic – Dalla Turchia arriva la notizia della liberazione di un cargo, in realtà battente bandiera giamaicana ma di proprietà di un armatore del Paese della mezzaluna, con a bordo 9 marinai turchi, 7 indiani e un azero, reo di aver sconfinato in acque territoriali libiche e sequestrato anch’esso dalle milizie di Haftar. Ciò è avvenuto a meno di 6 giorni dal sequestro. È evidente che tutto questo non può che rimandare alla vicenda dei nostri pescatori detenuti in Libia oramai da più di 100 giorni, nel totale lassismo del governo giallofucsia.

La rabbia dei familiari dei pescatori italiani

La vicenda ha scatenato ulteriore rabbia e incredulità di famigliari e concittadini dei pescatori detenuti, i quali sono scesi per le vie della città e sono arrivati a protestare fin sotto la casa del ministro Bonafede loro conterraneo. Tutti a chiedersi, e ce lo chiediamo anche noi, come sia possibile che una grande Nazione come l’Italia, che dovrebbe avere,  come già ha avuto in passato, un ruolo strategico primario nel Mediterraneo, oggi non riesca neppure a liberare dei suoi pescherecci con relativo equipaggio dopo tutto questo tempo. E non riesca a farlo nemmeno in un momento di perdita di prestigio da parte dell’”uomo forte” della Cirenaica, che forte non è più, dopo il fallito tentativo di assalto a Tripoli nel 2019 (fallito proprio a causa dell’intervento turco) e quasi abbandonato dai suoi stessi alleati russi e francesi.

La Turchia mostra i muscoli: così libera i suoi marinai rapiti in Libia

Meno di 6 giorni sono bastati alla Turchia. Ha minacciato pubblicamente ritorsioni su Bengasi facendo volare i propri aerei militari ed i propri droni sulla zona di confine tra i due eserciti libici in lotta, quello di Tripoli guidato da Fayez Serraj, alleato dei turchi e quello appunto del generale Haftar. Una Nazione, quella turca, che grazie alla visione neo-ottomana di Erdogan, basata sulla sacralità del sangue e del suolo, sta letteralmente spodestando l’Italia dallo scacchiere libico guadagnando posizioni in tutto il mare che fu nostrum.

Per questo la questione dei nostri pescatori non può essere interpretata esclusivamente come una mera ingiustizia individuale nei confronti dei diretti interessati e delle proprie famiglie. Nemmeno può essere liquidata come un problema locale, mazarese o siciliano che sia. Questa paradossale situazione rispecchia invece a fondo la nostra attuale incapacità di essere Nazione, di far valere le nostre sacrosante rivendicazioni, se necessario, anche con la forza, di voler incarnare una volontà di destino, traducendola in strategia politica e militare a difesa degli interessi italiani. Al contrario dei nostri avversari, fortunatamente per loro non alle prese con un governo di bamboccetti alla Di Maio senza un minimo di visione a lunga durata ma brancolante nel buio.

Un’onta inaccettabile

È quindi in questo contesto che si gioca la partita della liberazione dei nostri connazionali. Anche se una cosa è certa, se la liberazione dovesse avvenire, come chi scrive crede avverrà (di sicuro non avverrà però mostrando forza e volontà come fatto dalla Turchia), oramai l’onta di aver atteso tutto questo tempo rimarrà, indelebile e dovrà farci profondamente riflettere su di una nuova presa di coscienza e su nuove modalità d’azione ed intervento che dovranno essere fatte proprie da qualsiasi nuovo governo che si dichiari sovranista.

Ruggero Vero

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