La grande “sostituzione” dei lavoratori italiani: tasso di occupazione record ma solo per gli stranieri

Di Salvatore Recupero – Roma, 01 mag – Oggi i lavoratori italiani hanno ben poco da festeggiare: sono ancora troppe le morti bianche, quasi un giovane su tre è disoccupato. E potremmo continuare ancora a lungo.  Soffermiamoci, invece, su un fenomeno che sicuramente sarà ignorato dai grandi organi di stampa: i lavoratori stranieri stanno “sostituendo” quelli italiani. A dirlo è un’indagine del Centro Studi ImpresaLavoro. Vediamo perché.

In Italia il lavoro cresce solo per gli stranieri 

In Italia l’occupazione è in ripresa (+124.601 occupati rispetto al 2008). Suddividendo gli occupati totali per cittadinanza, emerge però un effetto “sostituzione”. Gli occupati stranieri dal 2008 al 2018 sono infatti aumentati da 1.690.090 a 2.455.003 (+764.913 unità, +45,3%) a fronte della riduzione degli occupati italiani da 21.400.258 a 20.759.946 (-640.312 unità, -3,0%).

Questo fenomeno non è però figlio dei tempi. Secondo il suddetto rapporto: “l’Italia è tra i pochissimi Paesi europei in cui i cittadini stranieri sono occupati più e meglio dei cittadini nazionali”. Se andiamo a rileggere i dati Eurostat (riferiti al 2017) ci accorgiamo che: “il tasso di occupazione dei cittadini italiani tra i 15 e i 64 anni residenti nel nostro Paese è del 57,7%, un dato che si avvicina molto a quello della Croazia (59%) e che risulta nettamente inferiore alla media dell’Unione a 28 membri (68,1%). In tutta Europa soltanto la Grecia (53,6%) ha un mercato del lavoro meno efficiente del nostro. In questa particolare classifica siamo quindi nettamente superati da tutti i nostri principali competitor: Germania (77,3%), Paesi Bassi (76,7%), Regno Unito (74,4%), Portogallo (67,8%), Irlanda (67,1%), Francia (65,8%) e Spagna (61,4%)”. Questi dati dovrebbero farci riflettere, anche alla luce del fatto che molti nostri connazionali soprattutto giovani emigrano per avere un futuro migliore.

I numeri della “grande sostituzione”

Prima di soffermarci sulle cause è necessario comprendere le dimensioni di questo fenomeno. Andiamo con ordine. Dieci occupati su 100 sono di origine straniera, con un tasso di occupazione del 60,6%, superiore di 3 punti percentuali a quello dei soli italiani (57,7%). Sono le regioni del Nord Italia ad attirare maggiormente gli stranieri e, in particolare, circa 6 su 10 si collocano fra Nord Est e Nord Ovest, più di un quarto nel Centro del Paese e il restante 15% nel Mezzogiorno. Se analizziamo le principali professioni vediamo che, per i maschi, il primo mestiere è legato all’edilizia (113 mila, pari ad un terzo degli occupati) mentre al secondo posto troviamo gli addetti allo spostamento delle merci, con 91 mila addetti stranieri. La metà dei venditori ambulanti (51 mila) sono di origine straniera.

Le cause del fenomeno

Ci troviamo di fronte ad un quadro estremamente complesso. Sarebbe errato soffermarsi soltanto su uno di questi dati per comprendere per intero questo fenomeno. Ci sono, comunque, alcuni punti fermi che non possiamo fare a meno di sottolineare. Vediamo quali. È fin troppo evidente che l’esercito industriale di riserva (per usare un’espressione di Marx) formato dai migranti serve a calmierare i salari e le aspettative dei lavoratori. Ci sono pochi italiani nei cantieri perché chiedono più garanzie rispetto a chi si accontenta di tutto pur di mandare qualche centinaio di euro alla sua famiglia. Se poi spostiamo l’attenzione sui giovani non basta dire che non hanno voglia di far nulla. Sarebbe meglio ridurre il disallineamento strutturale tra offerta formativa e fabbisogni occupazionali delle aziende potenziando i centri per l’impiego. Come sottolinea lo stesso Massimo Blasoni, (presidente del Centro Studi ImpresaLavoro): “I nostri giovani sono costretti a percorsi di studio che li portano ad entrare tardi e male nel mercato del lavoro, rimanendo inoccupati per lunghi periodi di tempo”. Certamente esistono dei ragazzi pigri che vengono mantenuti dalle loro famiglie senza far nulla. In questo caso la responsabilità cade sui genitori. Il Parlamento non può fare una legge contro le paghette.

Infine, non possiamo dimenticare che il tema del lavoro è strettamente connesso a quello della natalità. La crescita economica e sociale di una nazione è legata alla crescita demografica (che si porta dietro la popolazione attiva) e agli incrementi di produttività del sistema. Purtroppo oggi non vediamo né l’uno né l’altro. La grande sostituzione è già in atto ma si fa sempre in tempo ad invertire la rotta. In caso contrario, rassegniamoci ad importare badanti e ad esportare cervelli.

Di Salvatore Recupero

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