La delirante Murgia riesce a renderci simpatico Benigni: “Ringraziare la moglie è retaggio patriarcale maschilista”


Di Cristina Gauri – Roma, 14 mar — Vietato ringraziare la moglie quando si celebrano i propri successi professionali, è retaggio patriarcale: parola della Murgia — di chi sennò — secondo la quale il mito della musa ispiratrice, della «grande donna dietro il grande uomo» è uno dei «fondamenti essenziali dell’immaginario del patriarcato» e quindi va cancellato.

La Murgia riesce a mettere in croce persino Benigni

La grande lectio è arrivata ieri, quando già la Michelona nazionale aveva dato tristo spettacolo di sé fustigando Carlo Calenda, candidato di Azione per le amministrative capitoline, accusandolo di essere un bieco maschilista per non aver messo il cognome di una sua candidata in una locandina promozionale.

Nella stessa giornata Murgia se l’è presa con Roberto Benigni e il suo discorso di ringraziamento per il Leone alla carriera al Festival del Cinema di Venezia. «Il Leone è di mia moglie», aveva precisato il comico toscano. «Non posso che dedicare il Leone alla carriera a Nicoletta, è suo. Io mi prendo la coda, le ali sono le tue, talento, mistero, fascino e femminilità.

Emani luce, amore a prima vista, anzi eterna vista». Ora, Benigni può risultare antipatico o meno, ma le frasi di ringraziamento nei confronti della moglie difficilmente potrebbero essere scambiate per «bieco retaggio patriarcale». Sono parole potenti, sentite, intrise di quel romanticismo che qualsiasi donna vorrebbe sentire dal proprio compagno di vita. Giusto? Sbagliato! E qui si inserisce la Murgia, che in un articolo pubblicato su L’Espresso, si prende la briga di toglierci le patriarcali fette di prosciutto sugli occhi e di illuminarci la via.

La musa ispiratrice è patriarcale

«Il mito della musa ispiratrice», scrive Murgia «creatura ultraterrena che nel segreto guida l’uomo alle imprese epiche», è uno dei «fondamenti essenziali dell’immaginario del patriarcato». Il problema della musa, secondo la scrittrice, è che sta nell’ombra. O per lo meno un passo indietro all’uomo ispirato dalla stessa. Il concetto di «silente forza che sostiene il percorso luminoso del suo compagno», è retto da due «pilastri retorici» che Benigni «ha evocato alla perfezione».

“Devo tutto a te” è schifoso maschilismo

Il primo di questi «dispositivi retorici si può sintetizzare nella frase “devo tutto a te”. È molto frequente che gli uomini che raggiungono un traguardo personale affermino pubblicamente che senza la loro compagna non ci sarebbero mai arrivati». Che stronzi, eh? «Sembra un riconoscimento, ma in realtà, specie in un contesto come quello cinematografico, dove le donne non hanno mai avuto le stesse possibilità di emergere dei loro colleghi o compagni» è la «dimostrazione plastica della sua negazione».

Nel mondo del cinema le donne non hanno mai avuto possibilità di emergere? In che cinema è andata la Murgia? Non è che forse sta proiettando sulla povera Nicoletta Braschi la sua insoddisfazione per non avere mai posseduto il phisique du role cinematografico? «In un sistema dove le «donne possono dare luce, ma mai avere luce, se non riflessa», la frase «devo tutto a te» equivale a dire «mi sto intestando per intero quello che in un mondo equo avremmo dovuto dividere».

Murgia, il padre-padrone sotto falso nome

Chissà se le pensa di notte, al posto di dormire, o di giorno. Chissà soprattutto se la Murgia, in tutto questo turbinio di masturbazioni mentali, si è mai chiesta, o ha mai chiesto alle dirette interessate — in questo caso, alla moglie di Benigni — cosa ne pensano: se si sentono realmente oppresse, se la loro scelta di essere «grandi donne dietro al grande uomo» sia stata compiuta volontariamente e con gioia. No, non lo chiede mai, non ne ha bisogno. Perché la madre-matrona Murgia — al pari di un padre-padrone — sa già cosa è buono per noi donne e cosa ci nuoce. A noi è dato solo di ascoltare i suoi inappellabili giudizi, e metterli in pratica.

Cristina Gauri

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