In Islanda il 75% è vaccinato, ma è boom di contagi e non si raggiunge l’immunità. I vaccini a che servono?





Di Federico Giuliani – L’Islanda, uno dei Paesi con il più alto numero di persone vaccinate contro il Covid-19 al mondo, ha dovuto fare i conti con un recente boom di nuovi contagi. Messa così, la notizia potrebbe sembrare preoccupante, al punto da spingere i lettori a farsi mille domande.

Ad esempio: come è possibile che i casi siano schizzati alle stelle in un’isola dove praticamente tutti i cittadini sono immunizzati contro il Sars-CoV-2? Per caso i vaccini non servono a niente? La realtà è più complessa delle paure.


Innanzitutto partiamo dai dati sulle vaccinazioniAl 30 luglio, in Islanda risultava completamente vaccinato, ovvero con un ciclo completo, il 75% della popolazione; esisteva poi un 4,3% parzialmente vaccinato, cioè in attesa di ricevere la seconda dose. Numeri del genere dovrebbero far dormire sogni tranquilli e scongiurare ipotetiche serrate, lockdown o altre politiche restrittive.

È effettivamente così, anche se il governo islandese ha da poco adottato misure light per regolamentare ristoranti e locali. Il motivo è da ricollegare proprio all’incremento di contagi che ha travolto l’isola, portando la media giornaliera dalle zero infezioni del 19 luglio alle 158 del 31 luglio.

La popolazione islandese oscilla attorno alle 350mila unità, e dunque cifre del genere avrebbero dovuto far suonare subito campanelli d’allarme. Anche perché il famoso indice Rt (quante persone contagia un infetto) è salito a 1,58 (simile all’Italia), superando la fatidica soglia di 1. Ebbene, nonostante tutto questo, la situazione è perfettamente sotto controllo.

Controllare il virus

Per quale motivo la situazione è sotto controllo? Basta leggere gli altri dati. A fronte dell’esponenziale aumento dei nuovi contagi, le ospedalizzazioni, gli ingressi nelle terapie intensive e i decessi sono sostanzialmente rimasti stabili (12 ricoveri e nessuna vittima dalla fine di maggio). I vaccini hanno dunque fatto il loro dovere. In ogni caso, è appurato che anche i vaccinati possono trasformarsi in bersagli del virus; tuttavia, la probabilità che costoro possano contrarre forme gravi del Sars-CoV-2 è drasticamente ridotta.

Tornando al caso islandese, la logica conseguenza di quanto avvenuto a Reykjavík e dintorni è che più la popolazione è protetta dal coronavirus coi vaccini, più aumentano le possibilità che possano verificarsi casi tra gli immunizzati. Certo è che il virus ha dimostrato di colpire molto di più i non vaccinati islandesi che non il restante 75% dei cittadini sottoposti a ciclo vaccinale completo.

L’obiettivo del governo, dunque, non è più quello di cercare l’immunità di gregge (in teoria, con questi numeri, l’Islanda avrebbe dovuto già ottenerla), quanto di controllare l’agente patogeno nel vero senso della parola. Emblematiche le considerazioni di Thorolfur Gudnason, capo epidemiologo del Paese che, come riferito dai media islandesi, ha spiegato in un briefing che le vaccinazioni, pur avendo ridotto il tasso di malattie gravi dovute al Covid, non hanno portato l’immunità di gregge che gli esperti speravano. A causa della diffusione della variante Delta, non avrebbe dunque più alcun senso fissare un limite di copertura nella popolazione.

Le indicazioni che arrivano dall’Islanda

I contagi in Islanda sono saliti a fronte dell’elevato numero di vaccinati. Quali indicazioni possiamo ricavare dal caso islandese? La più importante: i vaccini non servono a sradicare completamente il virus ma a evitare che gli immunizzati possano contrarre forme gravi dello stesso, con il rischio di finire in ospedale o addirittura morire. L’altra indicazione: poiché anche i vaccinati possono infettarsi, ha poco senso continuare a parlare di immunità di gregge. La terza considerazione riguarda il modus operandi per gestire una situazione del genere.

Il governo islandese non ha fin qui scelto di adottare alcun pugno duro. Niente lockdown o limitazioni, ma giusto un paio di misure per tenere la situazione sotto controllo. Qualche esempio? Bollino rosso per gli assembramenti di oltre 200 persone; uso obbligatorio della mascherina, tanto al chiuso che negli spazi aperti, se non c’è possibilità di mantenere il distanziamento sociale di almeno un metro; ristoranti e club dove si serve alcol devono chiudere alle 24 e possono accettare ordini fino alle 23.

Tutto sommato, considerando lo scenario islandese, dove è difficile trovare locali aperti dopo le 22, si tratta di misure leggere. Ma a che cosa è dovuto l’aumento dei nuovi casi? Si ritiene che l’arrivo sull’isola di molti turisti (soltanto a giugno ne sono sbarcati 42mila, su una popolazione, ricordiamolo, di 350mila unità) possa aver contribuito a diffondere il virus, nonostante le autorità locali richiedano, per entrare nel Paese, la vaccinazione completa da 14 giorni o tampone più quarantena per chi non è immunizzato.

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