Il rifugiato anti-talebano avverte: “Accogliere migliaia di afgani è la rovina dell’Italia. Basta buonismo!”


L’accoglienza indiscriminata dei profughi afghani in fuga dai talebani? Potrebbe essere la rovina dell’Italia e dell’Europa. A sostenerlo non un “pericoloso” teorico dei porti chiusi e dello stop all’immigrazione, ma Farhad Bitani, ex capitano dell’esercito afghano e scrittore. “Basta con questo buonismo – spiega ad HuffingtonPost -.

Ora tutti vogliono essere dalla parte dei buoni, aiutare l’Afghanistan accogliendo le persone, ma ci stiamo chiedendo che fine faranno questi profughi tra un anno o due? Cosa gli accadrà nel nostro Paese, se non gli garantiamo un futuro, se non pensiamo ad un progetto prima di parlare di accoglienza?”. Piccolo particolare: Bitani è arrivato in Italia come rifugiato politico e oggi vive a Torino, dove è impegnato nello sviluppo del dialogo interreligioso tramite l’Afghan Community in Italia.

Secondo i calcoli di Viminale e Farnesina, entro l’anno in Italia sono attesi al massimo 4mila afghani, tra interpreti, traduttori, staff dell’ambasciata, cuochi, collaboratori col governo. Tanti Comuni, amministrati da sindaci di PdLega, centrodestra e centrosinistra, così come la Comunità di Sant’Egidio e le ong del “settore”, si sono già detti pronti ad accoglierli. Ma secondo Bitani manca un disegno generale per facilitarne l’integrazione. Anche perché a quei 4mila “ufficiali”, bisognerà aggiungerne molti di più, tutti quelli che cercheranno di entrare in maniera irregolare dal confine Nord-Est, attraverso la “via Balcanica”.

“Se non si prende in considerazione il ‘dopo’, tra tre, quattro anni queste persone si ritroveranno nel nostro Paese senza un lavoro, allo sbando. Gli ‘altri’ diranno che abbiamo aumentato la delinquenza, che gli afghani sono cattivi. Dobbiamo certamente aiutare chi ha collaborato con l’esercito, chi ha lavorato per i diritti umani, ma non possiamo aprire le porte indiscriminatamente senza pensare al futuro di queste persone, qui. L’Italia, in questo momento, ha già un enorme problema con l’immigrazione”.

Secondo l’ex militare, si deve tentare il dialogo con le grandi potenze dell’area asiatica, dalla Cina all’India e al vicino Pakistan. “Soprattutto il Pakistan ha un ruolo chiave. I talebani non sono cambiati, alle loro promesse non ci ho mai creduto, neanche per un secondo. Mi hanno ricordato quelle del 1996, dopo le quali hanno ricominciato a tagliare mani e teste. Oggi però questo gruppo è solo una pedina in un gioco più grande. Il Pakistan è il Paese con cui dobbiamo parlare”.

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