Il Covid e il lockdown hanno ridotto il lavoro per gli italiani. Una follia far entrare più immigrati


Di Riccardo Mazzoni – Sul fronte migratorio nulla cambia, nel senso che gli sbarchi a Lampedusa continuano incessanti – i nostri servizi segreti ne prevedono almeno 70 mila nei prossimi mesi – ma la solidarietà comunitaria resta una chimera, tanto che la Chiesa ieri, nella Giornata mondiale dei rifugiati, ha chiesto all’Ue «uno scatto di umanità».

Inutile illudersi, però: nonostante l’indubbio attivismo di Draghi, passato e futuro prossimo, con le elezioni prossime in Germania e in Francia che si saldano col muro del Nord e di Visegrad conducono a una direzione univoca: la montagna della relocation è destinata a produrre il solito topolino, e l’Italia dovrà cavarsela da sola.

La sinistra continua a predicare accoglienza, con Letta che auspica addirittura un’operazione Mare Nostrum europea, asserendo che i numeri non indicano una situazione di emergenza. Affidiamoci dunque ai numeri per avere un quadro il più possibile realistico: nei primi cinque mesi del 2021 sono sbarcate in Italia 14.655 persone, con un aumento del 181% rispetto allo stesso periodo del 2020. L’Istat ha appena certificato che in Italia gli stranieri in povertà assoluta sono oltre un milione e mezzo, con un’incidenza pari al 29,3%, contro il 7,5% dei cittadini italiani, e le famiglie straniere in povertà assoluta sono il 28,3% pur rappresentando solo l’8,6% del totale.

Gli stranieri sono anche la fascia di popolazione con la maggiore incidenza nei lavori sottopagati. La ministra Lamorgese ieri ha detto che la vera sfida, ieri come oggi, rimane quella della coerenza del modello di accoglienza con gli obblighi costituzionali e internazionali e con l’esigenza di coniugare l’osservanza delle leggi dello Stato da parte dei migranti con il controllo ordinato dei flussi migratori. Seguendo un progetto politico e sociale che abbia come fine «la capacità di integrare lo straniero».

E questo è il punto: la sostenibilità dell’accoglienza dei migranti economici, che sono la grande maggioranza di chi arriva, resta condizionata dalla possibilità di offrire un lavoro relativamente stabile agli immigrati, e quindi in una situazione di grave crisi economica e occupazionale come quella ereditata dalla pandemia è opportuno aumentare il numero delle persone in cerca di lavoro aprendo indiscriminatamente le porte ad altre migliaia di migranti? Ieri l’Anci ha diffuso i numeri dell’accoglienza nella rete Sai-Sprar, e si scopre che l’80% dei 37372 ospiti sono uomini sotto i 40 anni, quindi nel pieno delle forze ma destinati a restare parcheggiati in attesa che le loro richieste di asilo vengano esaminate, salvo poi – in caso di diniego – disperdersi sul territorio per finire o nell’orbita del lavoro nero o, ancora peggio, nelle maglie della criminalità organizzata.

La sanatoria per lavoratori agricoli e badanti lanciata in piena pandemia è stata, come noto, un fallimento – il 25% delle assunzioni di collaboratori domestici sono di famiglie straniere per regolarizzare connazionali – ma aver esteso la possibilità di rilasciare i permessi di soggiorno per motivi umanitari è stato un indubbio incentivo all’ingresso dei migranti. Non ha insegnato nulla, anche in questo caso, il risultato delle precedenti sanatorie che fecero aumentare di dieci punti il tasso di disoccupazione degli immigrati. Se ne uscirà solo distinguendo rigorosamente chi fugge da guerre e persecuzioni dai migranti economici, con il rimpatrio di chi non ha diritto all’asilo, e programmando – quando e se sarà necessario – i flussi di ingresso per motivi di lavoro sulla base delle effettive richieste del mercato. Ma nel frattempo bisogna interrompere la politica dei porti spalancati: semplicemente, non ce lo possiamo permettere.

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