I terroristi (veri) dell’Isis festeggiano per la morte del generale Soleimani: “È un atto divino”. Ecco perché gioiscono




Di Eugenio Palazzini – Roma, 11 gen – Chi gioisce per l’uccisione di Qassem Soleimani? L’Isis, ad esempio. Sconfitti sul campo anche grazie agli efficaci interventi voluti e organizzati proprio del generale iraniano, i terroristi più spietati degli ultimi anni adesso esultano. “E’ un atto divino”, hanno scritto i jihadisti in un comunicato. Come riportato dalla Bbc, l’Isis descrive la morte di Soleimani come un intervento di Dio che fa il bene proprio dei tagliagole, senza però fare alcun riferimento al ruolo degli Stati Uniti. Insomma, il raid voluto dal presidente americano Donald Trump, viene fortemente apprezzato proprio da quei terroristi che Washington dovrebbe combattere.

Eppure per chi conosce un minimo la situazione in Medio Oriente in realtà le esternazioni dell’Isis non sono affatto sorprendenti, perché Soleimani per anni ha dimostrato di essere uno dei più intransigenti ed efficaci nemici dei terroristi. Ci concediamo un’allitterazione per rendere meglio l’idea: Soleimani era il terrore dei terroristi che ci terrorizzavano. Non soltanto dei seguaci del sedicente Califfato, ma di tutti quei pericolosi gruppi (più o meno consistenti) di ispirazione salafita o wahabita che hanno messo a ferro e fuoco l’area mediorientale e non hanno finito di farlo. L’uccisione del generale delle forze Quds, se non spiana la strada ai jihadisti, sicuramente ne agevola le azioni criminali per una serie di motivi.

Perché l’Isis esulta

Innanzi tutto adesso, soprattutto in Iraq, si è innescato un meccanismo di generale incertezza che rischia a sua volta di provocare instabilità. E i jihadisti sguazzano proprio nel caos. In secondo poi la forza militare iraniana pur restando immutata, può andare in difficoltà a causa dell’assenza di un leader carismatico e capacissimo dal punto di vista strategico. Sono inoltre le varie milizie sciite sostenute da Teheran, non soltanto irachene, ad essere indebolite. Perché per loro Soleimani non era semplicemente un capo, era una guida eroica che gli aveva permesso forse per la prima volta negli ultimi secoli di sentirsi così forti. Era grazie a lui che gli sciiti non dovevano più “dissimulare” ed era sempre grazie a lui che riuscivano a tenere in scacco eserciti sulla carta molto più forti. Ecco perché adesso si rischia che l’Isis torni di nuovo ad alzare la testa dalla sabbia del deserto in cui era stato sepolto. Là dove era stato ricacciato anche, e forse soprattutto, grazie a un generale iraniano fatto uccidere da Trump.

Di Eugenio Palazzini

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