Giornalista uccisa volontariamente dagli israeliani, per i media italiani è un “caso”. Israele all’86° posto per libertà di stampa


Di Michele Crudelini – Secondo una narrazione molto in voga in Occidente, le democrazie sarebbero un baluardo per la difesa della libertà di stampa. Il caso di Julian Assange che rischia di morire in carcere per l’accusa di spionaggio dovrebbe riportarci ad una realtà meno fantasiosa: spesso le democrazie non sono in grado di tutelare i giornalisti, anzi.

Com’è morta la giornalista di Al Jazeera

È il caso della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, che è stata uccisa nel campo profughi di Jenin in Cisgiordania. Secondo quanto riportato dalla stessa emittente qatariota Abu Akleh si trovava insieme ad altri giornalisti nel campo profughi per documentare il raid militare in corso perpetrato dall’esercito israeliano ai danni dei palestinesi.

Si trattava con buona probabilità di una ritorsione di Tel Aviv a seguito dell’attentato realizzato diversi giorni fa ad Elad dove hanno trovato la morte tre cittadini israeliani. La giornalista di Al Jazeera come i suoi colleghi erano dotati dei consueti elementi di riconoscimento per la stampa, nonostante questo è stata colpita al volto dalle forze israeliane, mentre il suo collega Ali al-Samoudi è rimasto ferito e ha potuto raccontare quello che è successo.

“Stavamo per filmare il raid dell’esercito israeliano e all’improvviso ci hanno sparato senza chiederci di andarcene o interrompere le riprese. Il primo proiettile mi ha colpito e il secondo ha colpito Shireen. Non c’era alcuna resistenza militare palestinese sulla scena”. La giornalista è morta sul colpo e immediate sono state le reazioni da parte delle autorità internazionali.

La condanna della comunità internazionale

L’inviato speciale delle Nazioni Unite per il Processo di Pace in Medio Oriente, Tor Wenneslandha infatti condannato l’uccisione di Abu Akleh: “Condanno fermamente l’uccisione della giornalista di Al Jazeera, Shireen Abu Akleh, che è stata colpita a colpi di arma da fuoco questa mattina mentre seguiva un’operazione delle forze di sicurezza israeliane a Jenin, nella Cisgiordania occupata”.

Persino l’Ambasciatore americano in Israele, Tom Nidesè intervenuto chiedendo l’apertura di un’inchiesta per individuare il responsabile dell’omicidio. Sono diversi gli osservatori a sostenere che l’omicidio a sangue freddo della giornalista di Al Jazeera non sia un fatto isolato e che Israele non garantisca alcuni diritti fondamentali per la tutela della libertà di stampa.

Il direttore di Human Rights Watch in Israele e Palestina ha per esempio affermato che:” Sappiamo che l’esercito israeliano ricorre in modo sistematico all’uso della forza”.

Israele all’86esimo posto nella classifica sulla libertà di stampa

Una dichiarazione che sembra trovare conferma anche nell’ultimo report pubblicato dall’associazione francese Reporter Sans Frontieres, dove Israele si è classificata all’86esimo posto della classifica sulla libertà di stampa, dietro la Liberia, il Malawi e la Guinea. In particolare nel report si legge che: “I giornalisti palestinesi incontrano grandi difficoltà nell’esercizio della loro professione”.

Insomma il Paese che spesso viene definito come il faro di democrazia in Medio Oriente non sembra essere in grado di fare lavorare i giornalisti in sicurezza. Ed è curioso notare come la notizia della morte di Abu Akleh sia stata riportata in Italia. Il Messaggero parla di morte avvenuta “negli scontri in Cisgiordania”, Rai News descrive l’evento come un decesso a seguito di “uno scontro a fuoco”, mentre l’HuffPost scrive addirittura di uno scambio di accuse tra israeliani e palestinesi per l’uccisione della giornalista.

Uno scambio di accuse inesistente, visto che anche le forze armate israeliane si sono dette pronte ad avviare un’inchiesta per accertare la responsabilità. Oltre a Israele anche l’Italia ha un grosso problema sulla libertà e qualità dell’informazione.

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