Femminista “controcorrente”: “Silvia Romano è tornata in un sacco verde della differenziata”


Di Ilaria Paoletti – Milano, 13 mag – E’ bastato un breve commento su Facebook per scatenare sul profilo di Nadia Riva, storica femminista meneghina, il putiferio. Un cortocircuito politicamente corretto che mette a nudo tutte le contraddizioni e i limiti logici in seno ad un certo femminismo, quello di personaggi come Jasmine Cristallo, i giornalisti di Tpi o l’attivista Lgbt Cathy La Torre, che difendono a spada tratta la libertà delle donne anche quando, forse, si è davanti ad una vittima di plagio, come Silvia Romano.

Riva: “Una donna in un sacco della differenziata”

“La struggenza di una donna sorridente in un sacco verde della differenziata” ha scritto ieri Nadia Riva, femminista storica di Milano nonché una delle fondatrici negli anni Ottanta del circolo femminista e radicale Cicip & Ciciap. Ma gliene incolse: “Struggente è avere paragonato un abito, che è indossato da donne di altra cultura e tradizione religiosa, associandolo alla”differenziata “e dunque dando un accezione offensiva e dispregiativa… Spesso il razzismo esce fuori anche quando lo si vuole celare dietro termini inadeguati quale ‘struggente’, però non ci riesce… Sei stata molto squallida e inopportuna, ma almeno ti sei svelata…” le scrive qualcuno. Ma la Riva ha già reso bene il suo concetto in un altro commento: “Questa ragazza riesce a sorridere nonostante la violenza subita di un rapimento e non sappiamo cos’altro, la sua sottomissione dovuta alla paura, le fa indossare un abito goffo, voluto dai rapitori, per cancellare il suo corpo,la sua identità di donna..per me questo é struggente”, ribadisce la femminista di ferro. Ma niente da fare: il post ha scatenato centinaia di commenti indignati, tutti di donne, che si congedano dicendo che rimuoveranno la Riva dalle amicizie, che il suo “non  femminismo”, un tripudio di asterischi.

Razzismo o femminismo

E a chi le chiede polemicamente se il problema sia l’abito, la Riva risponde perentoria: “L’abito é simbolico di un corpo di donna nascosto, che si vuole cancellare“. Insomma, la Riva pare coerente a un certo femminismo occidentale che, con tutti i suoi limiti, ha voluto difendere il corpo della donna dall’influenza religiosa – di qualsiasi tipo. Ormai, però, è evidente che la platea petalosa delle femministe alla vaniglia della terza ondata, quelle che accusano gli altri di essere biechi analfabeti funzionali, non è in grado di discernere cosa sia un commento razzista da un commento (tranchant, questo è vero, senza giri di parole) come quello della Riva. Siamo la civiltà in cui, per non pestare i piedi a nessuno, non si proferisce più neanche l’ombra di un’offesa. In questo mondo, nemmeno tra femministe riescono a capire che il commento della Riva – donna sicuramente di un’altra generazione – non è un insulto alla Romano ma verso gli estremisti islamici di Al Shabaab che in due anni di prigionia l’hanno forse condizionata a fare questa scelta. “Ormai vige il politicamente corretto femminista”, scrive qualcuno nei commenti. Perché ora come ora “Odiare ti costa”, ma il concetto di odio si piega e si ritorce persino contro i “buoni”. Non si può non essere d’accordo – anche se d’accordo con loro, in fondo, non saremo mai.

Di Ilaria Paoletti

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