Dott. Frajese: “Vaccino ai bimbi? Non ci sono abbastanza dati. La sperimentazione finisce nel 2024”


Di Francesca Totolo – Roma, 18 dic – Giovanni Frajese è un medico endocrinologo e professore associato di Scienze mediche tecniche applicate presso l’Università Foro Italico di Roma. Lo scorso 7 dicembre, è stato uno dei protagonisti della discussa audizione in Commissione Affari costituzionali al Senato in merito all’estensione degli obblighi vaccinali e al rafforzamento del green pass, mentre qualche giorno fa ha dichiarato che non farà vaccinare sua figlia.

Partiamo da una delle domande di più stretta attualità. Esiste veramente un’emergenza bambini? Lei stesso ha dichiarato che non farà vaccinare sua figlia.

Al momento, il rapporto tra rischio e beneficio non è neanche calcolabile. Il beneficio per la sua fascia di età, mia figlia ha quindici anni, è praticamente nullo. Infatti, la maggior parte degli adolescenti colpita dal Covid-19 è asintomatica. Se un adolescente dovesse sviluppare dei sintomi, esistono tante terapie adiuvanti che possono essere utilizzate per il decorso della patologia. Dall’altra parte, il rischio è in realtà sconosciuto.

Non solo perché i trial, sia sui bambini sia sugli adulti, sono ancora in fase sperimentale, ma anche perché non sono note le problematiche che si potrebbero sviluppare in un’asse temporale più lungo. Dicono che il vaccino sia stato somministrato a miliardi di persone, è vero ma ciò non toglie che tra due anni potrebbero essere scoperte problematiche che oggi non sono note. Per queste motivazioni, non farò vaccinare mia figlia perché non voglio farla partecipare a una sperimentazione clinica e perché, da padre, non mi sento sicuro.

Ha affermato che “Il trial per i bambini finisce nel 2024” e quindi il vaccino sia ancora in fase di sperimentazione. C’è molta confusione su questo punto a causa dei termini utilizzati, approvato, autorizzato in emergenza, etc. Può spiegare meglio.

Al di là di qualsiasi forma autorizzativa venga data ai vaccini dai diversi Paesi, il fatto che stiano raccogliendo i dati e gli eventi avversi e che non ci sia una raccolta definitiva del prodotto, significa che la sperimentazione è ancora in corso. Da padre e da medico, sarei stato molto più rassicurato se il governo Draghi avesse avuto il coraggio di avviare una farmacovigilanza attiva, così da accorgersi il prima possibile dell’insorgenza di eventuali problematiche. Con la farmacovigilanza passiva, quella utilizzata in Italia, c’è il rischio che alcune possibili problematiche non siano riscontrate tempestivamente.

Può spiegare la differenza sostanziale tra farmacovigilanza attiva e passiva?

La farmacovigilanza passiva prevede la discrezionalità del medico. Le possibili reazioni avverse sono segnalate all’agenzia preposta solo se il medico ritiene che tali problematiche siano correlate alla somministrazione del vaccino. Se un soggetto, dopo quattro o cinque giorni dall’inoculazione del vaccino, manifesta una reazione avversa che non è stata ancora inclusa nelle linee guida, il medico deve assumersi una responsabilità personale nella segnalazione.

La farmacovigilanza attiva, invece, prevede che le persone che assumono un determinato farmaco vengano monitorate per un certo periodo di tempo e vengano registrati tutti gli eventi e le connesse analisi cliniche. Ad esempio, se si dovesse rivelare in diversi soggetti un disturbo del fegato, che si manifesta attraverso l’alterazione degli enzimi epatici, si sposta l’attenzione sul fegato.

Si parla di rapporti sottostimati dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) sulle reazioni avverse.

Gli studi clinici hanno stimato che il sistema di farmacovigilanza passiva segnala tra l’1 per cento e il 10 per cento degli eventi avversi che accadono. Ciò significa che il numero dovrebbero essere moltiplicato per 10 o per 100.

Come endocrinologo e clinico, ha avuto modo di verificare delle patologie che potrebbero essere connesse alla somministrazione del vaccino?

Sì, ci sono segnali preoccupanti. Per esempio, c’è uno studio, in fase di pre pubblicazione, il quale mostra che il 20 per cento delle donne ha dei disturbi mestruali dopo la somministrazione del vaccino, ovvero una donna su cinque. Pensando alle giovani donne e alle adolescenti, ciò mi fa suonare un campanello d’allarme. È stato anche pubblicato sul Journal of Endocrinological Investigation uno studio che documenta degli inizi di tiroiditi autoimmuni, dal morbo di Graves alla tiroidite silente, nelle persone che si sono sottoposte alla vaccinazione.

Tornando alla vaccinazione dei bambini. La stessa Pfizer, nel rapporto consegnato all’americana Fda, ha dichiarato che “Il numero di partecipanti all’attuale programma di sviluppo clinico è troppo piccolo per rilevare potenziali rischi di miocardite associati alla vaccinazione” e che “La sicurezza a lungo termine del vaccino Covid-19 nei partecipanti di età compresa tra i 5 e i 12 anni sarà studiata in 5 studi sulla sicurezza post-autorizzazione, incluso uno studio di follow-up di 5 anni per valutare le complicanze a lungo termine di miocardite/pericardite post-vaccinazione”. Perché, secondo lei, la Società italiana di pediatri continua a ignorare questo importante documento e ha indicato il vaccino Pfizer come assolutamente sicuro?

Una risposta logica non riesco a trovarla. Sembra che sia un’indicazione prettamente ideologica e che non ci sia la volontà di approfondire le problematiche perché ormai si è deciso che l’unica via d’uscita dalla pandemia sia la vaccinazione. Forse sarebbe il caso di ampliare la risposta a questo virus, oltre alla vaccinazione.

Si parla spesso del rapporto rischi/benefici in merito alla somministrazione del vaccino ai bambini. Come rischi connessi al Covid-19, si parla di long Covid e di sindrome infiammatoria multisistemica. Che idea si è fatto della questione? Cosa possiamo dire ai genitori in scienza e coscienza?

Ai genitori l’unica cosa che possiamo dire è che, al momento, non ci sono ancora abbastanza dati. Ora si inizia a evidenziare che il long Covid possa essere connesso alle complicanze sorte dai lockdown e dallo stato di terrore generalizzato che è stato riversato sui bambini. Ciò ha dei riscontri che poi diventano di tipo patologico.

Da una parte, i dati che arrivano da uno studio effettuato in Israele dagli esperti del Research Institute of Leumit Health Services e pubblicati sul British Medical Journal documentano che la protezione del vaccino Pfizer inizia a calare dopo 3 mesi. Dall’altra parte, gli esperti italiani iniziano a parlare del vaccino insufficiente per fermare la pandemia. Secondo lei, ci sono stati errori nella gestione italiana del coronavirus che, fino a ora, ha puntato tutto sul vaccino? Tutto è lecito in emergenza?

La questione non è solo italiana. È un problema di approccio mondiale. Esaminando la logica degli avvenimenti, si può evidenziare che si è data troppa importanza al pensiero delle case farmaceutiche. Arriva un nuovo virus, abbiamo due strade possibili. Possiamo cercare le sostanze per combatterlo nel presente, con interventi di tipo farmacologico, e possiamo pensare a una vaccinazione. Quello che è successo è che di fatto ci è stato detto fin dall’inizio che l’unica maniera di uscire da questa problematica fosse la vaccinazione.

Questo anche quando il vaccino ancora non esisteva. Da medico e da ricercatore, non capisco questa logica. Puntiamo pure sui vaccini ma contemporaneamente dobbiamo effettuare degli studi approfonditi su diverse molecole che possano avere un’efficacia nel trattare i pazienti. Un medico ha l’imperativo morale di trovare la miglior terapia per le persone che stanno morendo, non di aspettare l’arrivo del vaccino. Poi sono arrivati i vaccini per sconfiggere un virus cosiddetto nuovo.

Utilizzo una tecnologia che su larga scala non è mai stata utilizzata (vaccino a mRna, ndr), complicando ulteriormente le cose, oppure utilizzo una tecnologia che viene utilizzata da quarant’anni (vaccino proteico e vaccino a virus inattivato, ndr), di cui conosco i limiti e le problematiche, e lo adatto al virus nuovo? La logica avrebbe suggerito di scegliere la strada più semplice. Invece, tutti hanno puntato sul vaccino a mRna come se fosse l’unica soluzione. Ora, dopo aver verificato che l’efficacia del vaccino scende dopo qualche mese, siamo arrivati alla somministrazione a tutti della terza dose, la quale in immunologia serve per aumentare il titolo degli anticorpi se questi non sono sufficienti.

Ma non si studiano i livelli anticorpali che sono presenti nelle persone per verificare se hanno un effettivo bisogno della terza dose. Non si studiano nemmeno i livelli degli anticorpi nelle persone che sono guarite e si procede alla loro vaccinazione forse senza un evidente bisogno. Aggiungo che se la sperimentazione dei vaccini fosse durata più a lungo, si sarebbe capito la loro reale efficacia temporale e probabilmente non sarebbero stati approvati. Quindi, la logica ce la siamo persi per strada. È stato deciso che la salvezza doveva venire dal vaccino e non si ammette deroga da questo. A causa di tutto ciò, dopo due anni, ci troviamo incastrati in questo meccanismo del quale non si vede la fine.

Qualche mese fa, ho pubblicato due articoli che documentano i compensi economici erogati dalle case farmaceutiche che hanno visto come beneficiari gli esperti e i membri del Comitato tecnico scientifico per le consulenze prestate. Ciò, anche se è tutto legale e trasparente, non va a inquinare il dibattito sui vaccini?

Questo è un grosso problema che abbiamo oggi. Se questi soggetti dichiarassero in televisione con chi hanno intrattenuto rapporti economici, prima di parlare del vaccino, ciò rappresenterebbe un vero problema. Esiste comunque un conflitto di interessi e ciò permane anche se tutto è trasparente. Peraltro, le dichiarazioni esternate da chi ha ricevuto compensi dalle case farmaceutiche devono essere ascoltate con un’attenzione differente rispetto a quelle espresse da chi quei compensi non li ha mai ricevuti.

Francesca Totolo

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