Don Caccia invoca la rivolta contro il governo: “Fa pagare i funerali agli italiani e paga 4 milioni ai terroristi”


Di Renato Farina – Al Nord tira aria di insorgenza? Un prete della Val Seriana, don Ermanno Caccia, dopo i due mesi passati in catene nella sua casa ad Almè, per un’ora esprime concetti duri ma pacati, da professore, e dice: «Uno Stato che non si prende cura dei lutti della sua Comunità è un baraccone senz’anima, un’istituzione anaffettiva senza identità dedita solo a compiti burocratici». Poi però esplode. Quasi che le gambe gli si fissassero come travi per terra, per non lasciar più passare la menzogna governativa dell’andrà-tutto-bene-state-buoni. Basta una piccola provocazione sui soldi che non arrivano alle piccole imprese, ma neppure consentono loro di aprire: «Basta così. Qui ci sarà la rivolta. Guardi, io non voglio essere profeta di sventura.

Ma vedrà che quando si darà il via libera, e la gente andrà al bancomat e vedrà la scritta “carta non abilitata” perché non ci sono i soldi, scoppierà una guerra. È una cosa reale e concreta. La nostra gente qui sta barcollando in ipotesi che sono ancora più dannose del virus stesso. La battuta che si fa in questi giorni è concreta: chi non è morto di coronavirus, è destinato a morir di fame. Questo non è un agire da esseri pensanti. L’incapacità di una classe dirigente si nota anche e soprattutto in quelle bollette inviate alle famiglie per la cremazione dei propri cari». Si spieghi con chi non è del posto, per favore: «Non lo sanno dello scandalo? Alle persone che hanno avuto un lutto sta arrivando una bolletta di 700 e rotti euro per la cremazione. Questa è una vergogna! Specie se si guarda che lo Stato italiano ha speso 4 milioni per pagare il riscatto di quella ragazza, Silvia. Per l’amor di Dio, andava salvata e bisogna salvare tutti. Ma dov’è il rispetto? Per 2000 persone, hai mandato la bolletta di 700 e rotti euro per i funerali e la cremazione, e poi spendi 4 milioni per portare a casa questa cristiana o ex cristiana, non lo so? Queste sono le incongruenze che fanno arrabbiare le persone. E guardi che la gente è ar-rab-bia-ta! È ora di fi-nir-la! Queste cose gridano vendetta al cospetto di Dio».

Al nord tira aria di insorgenza. Bisogna togliere il punto di domanda. Non è solo questione di un sacerdote, che si fa voce del popolo. Dài, che lo sappiamo tutti, anche se non lo diciamo per paura di alimentarla. Capaci che ci arrestano. Ad attizzarla però non sono i giudizi su quanto accade, ma i fatti che hanno smosso la mente e le budella della gente-gente. Merita risposte, decisioni, denari veri, invece di litigi sulla regolarizzazione dei migranti. C’è poco tempo per iniettare serenità. Ma non è questione di capacità comunicative, ma di sostanza, di decreti razionali, di palanche sui conti correnti. Al Sud, dicono le cronache, il vento ribelle era soffiato dopo poche settimane dal blocco. Il 28 marzo piccole folle si assembrarono furiose fuori da supermercati di Palermo. Quella rabbia – abbiamo scoperto dalle inchieste delle magistratura – è stata tenuta a bada grazie alla carità pelosa della mafia, che presenterà il conto. In Lombardia, Veneto, Emilia, Piemonte è una cosa tutta diversa, non è il lamento che assalta i banchi degli alimentari, invoca un Masaniello e attira il padrinaggio di Cosa Nostra. È il desiderio di tagliar corto con Roma, furenti per essere stati prima gettati in bocca al Covid e ora di essere impediti di lavorare da un’autorità romana estranea. Chi lo capisce meglio di tutti sono i preti. Non c’ è nessuno che conosca l’«odore del proprio gregge» (Papa Francesco) come i prevosti e i curati bergamaschi. Tacciono per prudenza e per obbedienza. Ne sono morti tanti, senza qualificarsi da martiri, senza accusare nessuno. In Val Seriana alla peggior strage del mondo la popolazione ha dovuto assistere allo scherzo idiota di un ministro che mimava i colleghi lombardi con la mascherina, mentre fuori dalla finestra circolavano le bare e tu non sapevi quale fosse quella del proprio caro. Traiamo queste frasi dall’intervista condotta da Alberto Luppichini a don Caccia su valserinanews.it

E qui occorre una citazione al merito: ha piazzato le sue tende dove si è accampato il Corona. Lo dirige Gessica Costanzo. Ha anche la web tv. E con uno spirito magnifico informa, domanda, registra cose che sui Tg e sui quotidiani nazionali sono autocensurate. Il polso lo si misura lì, nella cronaca che la gente del posto vive, e se sbagli ti contesta. Mi sono collegato ogni dì. Dopo i battiti lenti e singhiozzanti del dolore e del lutto. Dopo la comunicazione serena di una suora di clausura. Lo sconcerto dei medici abbandonati. Adesso le vene pulsano forte. Dove si mescolano voglia di rinascita e di insorgenza.

Testimone è don Caccia, un prete non proprio docile. Obbedisce, certo. Ha accettato di essere trasferito dalla diocesi emiliana di Carpi dov’era incardinato (non era gradito dall’amministrazione rossa) a quella veneta di Chioggia, dove farà il parroco. Si lascia condurre con santo guinzaglio de “li superiori”, ma non è di quelli che meni il codino fingendo felicità se il lupo attacca il suo popolo. Di origine e di temperamento è del resto uno della valle, anche se non è lì in cura d’ anime: era passato dalla casa dei familiari, ad Almè, alle porte della Valbrembana, e lì gli è toccato rimanere. Continua: «Io lo so che rompo le scatole a qualcuno, ma nessuno si è posto il problema della partita che si è svolta in quelle settimane a Milano tra Atalanta e Valencia. Da Bergamasco e atalantino mi è dispiaciuto non andare, ma vi dico una cosa: allo stadio c’ era molta gente di Nembro e di Alzano. Fra l’ altro il virus ha portato via mio cugino di Alzano, e lui partecipò a quella partita. Io sono abbonato all’ Eco di Bergamo. Ho qui davanti le dichiarazioni del sindaco Gori di quei giorni, che invitava a mangiare cinese. C’ è stata una superficialità imbarazzante all’inizio. Sono ancora incazzato!».

E adesso, dice, accade il contrario. Si blocca il lavoro invece che spingerlo. «Ieri occorreva essere più previdenti, oggi bisogna rischiare, altrimenti si muore di fame. Invece la politica centrale si nasconde dietro il parere di virologi in lite. Parlando di Bergamo, l’ unica cosa che ha continuato ad andare avanti è stata la fusione della Banca Popolare di Bergamo. Le banche non sono state toccate. Adesso che dovevano metterci la faccia, fanno menate ai commercianti. Prima chiedono di rientrare dal debito che si ha. Poi, forse, compilati cento e rotti moduli ti darò qualcosa. Scoppierà la rivolta, guardi che scoppia! Quando uno è alla fame, non guarda più in faccia a nessuno. Io rido per la disperazione. Quando la gente si vede accerchiata e non compresa, per sopravvivere cosa fa?». Non è il caso di aspettare la risposta in piazza. Tocca alle autorità muoversi.

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