Dietro la genuflessione c’è la cultura dell’odio. Una pratica ampiamente usata dai terroristi islamici


Di Gian Micalessin – Non importa chi nella magnifica nazionale di Roberto Mancini s’inginocchia o no. Quel che importa è capire che quel gesto, apparentemente simbolico, nasconde l’oscurantismo della cosiddetta “cancel culture”. Un’ideologia non diversa da quella dell’Isis che prima di sgozzare le proprie vittime le faceva inginocchiare e distruggeva tutti i simboli del passato per imporre solo il proprio tetro presente.

Non ci interessa chi tra i calciatori della magnifica Italia di Roberto Mancini si genuflette o meno. E non vogliamo certo colpevolizzare o accusare chi è convinto di farlo per arginare il razzismo. E’ indispensabile però capire come dietro quell’atto – apparentemente solidale e sportivo – si nasconda un cultura pericolosa e nefasta la cui dimensione latente risulta spesso impercettibile sia ai campioni dello sport, sia ai loro tifosi. Partiamo da un esempio drammatico come le esecuzioni degli ostaggi da parte dei terroristi dell’Isis.

Chiunque abbia osservato quei video propagandistici, ovvero destinati a trasmettere un messaggio politico e culturale, ricorderà che le vittime vengono immancabilmente fatte inginocchiare. In quell’estrema umiliazione si cela il principale e recondito messaggio nascosto in quel rito crudele.Quella genuflessione davanti al carnefice ricorda il ritrarsi in se stessi, fino a farsi minuscoli e tremanti, degli animali vittime di un predatore più grande e potente. Con quel gesto istintivo dettato dal terrore l’animale braccato e senza più vie di fuga s’“inginocchia” davanti al vincitore per implorarne l’estrema pietà. Una pietà che non arriverà perché il destino è già deciso non dal cervello o dal cuore del razziatore, ma dalla sua pancia.

Per gli ostaggi condannati a morte dai terroristi dell’Isis la situazione non è molto diversa. La genuflessione ai piedi del proprio carnefice non prevede la possibilità di una grazia, ma semplicemente l’accettazione del rito omicida. E con esso il riconoscimento della superiorità di chi si prepara a tagliar loro la gola. A differenza di quanto avviene tra gli animali, il rito non è dettato, però, solo dalla pancia, ma anche dall’odio mentale e dalla volontà di dimostrare la superiorità degli assassini rispetto alle proprie vittime. Una superiorità non solo fisica, ma anche culturale e religiosa.

Non a caso l’atto finale è sempre preceduto da un ammissione di colpevolezza dell’ostaggio e da una denuncia dei presunti crimini commessi dai suoi affiliati. Complici o nazioni che siano. Non a caso la decapitazione viene impartita seguendo gli schemi dello sgozzamento rituale previsto dal Corano ed è seguita da quell’invocazione ad “Allah Akbar”, “Allah è Grande” destinata a sancire la superiorità del Dio musulmano e della sua fede rispetto ad ogni altra religione.

A questo punto oltre ad esserci guadagnati la rituale accusa di islamofobia verremo anche accusati di aver slealmente paragonato il gesto semplice e spontaneo di alcuni calciatori alle nefandezze dell’Isis. Il problema è però capire dove conducono gesti apparentemente innocenti. Per riuscirci è utile ricordare un’altra pratica assai diffusa in quello che fu il cosiddetto Califfato dello Stato Islamico. La conquista di ogni porzione di territorio di quel Califfato era seguita – oltre che dalle esecuzioni rituali dei nemici catturati – anche da distruzioni altrettanto rituali e sistematiche di reperti storici, religiosi e archeologici.

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