Caso Saman, Souad Sbai: “Altro che Ius Soli, il finto buonismo ci ha distrutti. Siamo sprofondati nel Califfato”



Da Il Secolo d’Italia – Saman, l’ultimo orrore nelle parole del padre, intercettate al telefono. «Ho ucciso mia figlia… Per me la dignità degli altri non è più importante della mia… Io ho lasciato mio figlio in Italia. Ho ucciso mia figlia. E sono andato via, non me ne frega nulla di nessuno», diceva Shabbar Abbas l’8 giugno 2021 a un parente in Pakistan. Una confessione che l’uomo ha rilasciato quando ormai era fuggito dall’Italia.

Parole agghiaccianti che ci riportano indietro nel tempo – come sottolinea oggi in un’intervista a Libero Souad Sbai, da decenni impegnata nella tutela dei diritti delle donne immigrate, già parlamentare e ora candidata al Senato nelle liste della Lega – e a un sistema di valori diverso dal nostro, ma notoriamente radicato nelle comunità di immigrati che popolano le nostre città. «Come se fossimo sprofondati nel Califfato»…

Saman, l’intervista a Souad Sbai

La conversazione intercettata oltre un anno fa, è agli atti del processo che inizierà a febbraio: e da ieri il suo contenuto ha catapultato di nuovo il caso – e tutto il corollario di indignazione e sconcerto – al centro di un dibattito che continua a registrare l’inquietante silenzio delle attiviste dem e delle femministe tout court. Un silenzio riecheggiato nell’aria ancora ieri, quando la sola ad aver speso una parola per la povera Saman, uccisa perché voleva vivere all’occidentale, è stata Giorgia Meloni, che su Facebook ha scritto:

«Se il processo dovesse confermare la colpevolezza, auspichiamo una pena esemplare». Del resto, la confessione telefonica del padre di Saman, è la conferma di quanto gli inquirenti hanno sospettato sin dal primo istante di una indagine di scomparsa – quella della 18enne di Novellara sparita nel nulla la notte tra il 30 aprile e il 1 maggio – da subito impostata nei termini della ricerca di un corpo, e dell’accusa di omicidio e occultamento di cadavere a carico di genitori, zio e cugini della vittima.

«Come se fossimo sprofondati nel Califfato…»

«Bisogna capire che il cosiddetto “onore” in questo caso viene difeso con la lapidazione – spiega infatti Souad Sbai nell’intervista – come se fossimo sprofondati nel Califfato. E accade proprio nel cuore dell’Occidente, in Italia. Non è la prima volta. Qui gli estremisti possono fare quello che vogliono e lo sanno. Hanno creato uno Stato nello Stato, al riparo dalle ingerenze degli “infedeli”».

E su chi e che cosa ha consentito tutto questo, la parlamentare non ha dubbi: «Il finto buonismo ha distrutto questo Paese con la presunta vicinanza agli immigrati. In realtà, i più deboli sono stati abbandonati alla violenza interna alle comunità. Sono lasciati soli dalle istituzioni. Se solo avesse ottenuto un duplicato del passaporto, Saman Abbas non sarebbe tornata a casa per raccogliere i documenti, non sarebbe finita nella trappola tesa dai genitori e dai parenti e non sarebbe stata uccisa».

Saman, Souad Sbai: «Per smuovere il femminismo, non basta neanche la morte di una donna»

Del resto, come si legge tra le righe, dalle parole di Souad Sbai, spesso serve la morte di una giovane donna per risvegliare le coscienze. E in alcuni casi neppure basta… «Per smuovere il femminismo, quello che porta il velo nelle moschee, come nel caso di Emma Bonino o Laura Boldrini – spiega la parlamentare a Libero – non basta neanche la morte di una donna.

Ormai in Italia contiamo i sacrifici umani, da Hina Saleem in avanti e non si sono visti mutamenti di mentalità. Ma anche nel caso iraniano non assistiamo certo a campagne di mobilitazione internazionale per la solidarietà verso le donne costrette a indossare il chador». E allora, cosa servirebbe davvero? «Innanzitutto – replica la Sbai – centri d’accoglienza per dare rifugio alle donne maltrattate e minacciate. Altro che ius soliBisognerebbe fare leggi ad hoc, senza ambiguità, che non permettano di costruire uno Stato nello Stato. E far rispettare le regole».

«Altro che ius soli»: servono regole chiare e leggi ad hoc

Già, le regole: «Perché altrimenti le bambine abbandonano la scuola, com’ è accaduto durante l’emergenza covid». Per finire preda di matrimoni forzati che, conclude Souad Sbai, «ormai sono una piaga molto diffusa anche da noi. E sarebbe questo il loro onore?». E infine: «Se l’obiettivo è l’integrazione, non dovrebbe essere concesso il permesso di soggiorno a uomini immigrati finché le donne della famiglia non vanno a scuola o a lavorare.

Devono constatare che ci sono dei limiti». Limite: un concetto totalmente estraneo ai genitori di Saman, ai familiari di Hina, ai carnefici delle tante giovani immigrate morte tra le mura delle nostre città, vittime di un codice etico e religioso lontano anni luce dalla nostra storia.

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