Allarme choc del proc. De Raho: terroristi islamici cacciati dalla Tunisia possono sbarcare in Italia sui barconi





Di Mirko Molteni –  Il caos in Tunisia rilancia l’allarme sulla ripresa del terrorismo in un Paese vicinissimo all’Italia. Del resto, anche dalle coste tunisine partono barconi di clandestini, frai quali si mimetizzano criminali. Ieri il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero de Raho, in audizione presso il Comitato Schengen ha ammonito: «Acquista sempre più spessore il canale della Tunisia, che costituisce origine e provenienza di soggetti a rischio sotto il profilo del terrorismo».

Raho ha ricordato un esempio importante: «L’attentatore di Nizza dell’ottobre 2020 è un soggetto che proviene dalla Tunisia: il 19 settembre del 2020 era giunto a Lampedusa, poi il 29 ottobre 2020 ha commesso l’attentato a Nizza. Lo scambio d’informazioni tra Italia e Francia su questo soggetto dimostra che la cooperazione internazionale è sempre più radicata, diffusa e rapida».


Si riferiva al tunisino Brahim Aouissaoui, che lo scorso autunno, non a caso, aveva scelto l’Italia per sbarcare facilmente in Europa, beffando la quarantena anti-Covid impostagli, evidentemente senza sufficiente vigilanza, dalle autorità italiane, per poi andare in Francia a sgozzare tre persone. Proprio in quella Nizza dove nel 2016 un altro tunisino, Mohamed Salmene Lahouaiej-Bouhlel, aveva ucciso 86 persone sulla Promenade des Anglais investendole con un autocarro.

La Tunisia è squassata dalla crisi politico-economica e dall‘epidemia Covid, che ha affossato il settore turistico. Sempre ieri, il presidente tunisino Kais Saied ha incontrato i vertici dell’esercito e della sicurezza, parlando delle misure d’emergenza fra cui il coprifuoco fino al 27 agosto. L’instabilità fa temere un revival del jihadismo, come pochi anni fa, quando migliaia di tunisini s’ arruolavano nell’Isis lottando in Libia e in Siria.

Un’analisi di International Crisis Group individua fra 2011 e 2016, fra le primavere arabe e il culmine dello Stato Islamico, il picco del terrorismo nel Paese. In quella fase furono 214 le vittime per terrorismo, comprese decine di turisti occidentali nel 2015, con le stragi del museo del Bardo e della spiaggia di Sousse. Ci fu poi dal 7 al 10 marzo 2016 una battaglia fra Isis e soldati tunisini a Ben Gardane, presso il confine libico, in cui al prezzo di 13 soldati caduti erano stati uccisi 49 terroristi.

Dopo la batosta, la fase declinante. Da marzo 2016 a marzo 2021 sono state solo 16 le persone uccise da jihadisti. Tre azioni dell’Isis a Tunisi, con l’uccisione di tre agenti della polizia e della guardia nazionale. Le altre 13 vittime, 11 soldati e 2 pastori, erano state cagionate da attacchi in una regione ai confini con l’Algeria, organizzati da due gruppi, Okba Ibn Nafaa, branca di Al Qaeda nel Maghreb Islamico, e Jund el Khilafa, affiliata allo Stato Islamico.

Tali gruppi sarebbero calati da un totale di 250 combattenti a 60 e si sarebbero ridotti al brigantaggio con furti di bestiame. Ancora il 2 febbraio 2021, però, 4 soldati sono stati uccisi da una mina artigianale sul monte Mghila, vicino al confine algerino. E il 1° aprile, nella stessa zona, un’operazione della guardia nazionale tunisina ha portato alla morte di tre jihadisti, fra cui Ahmed Dhouib, membro di Jund al-Khalifa, e una donna che si è fatta esplodere tenendo in braccio il figlioletto di pochi mesi, vittima innocente.

Il terrorismo tunisino può riprendere piede, contando che ha contribuito all’Isis e ad altri gruppi all’estero con un numero di volontari calcolati fra 7.000 e 10.000, a seconda delle stime, sebbene il governo ne ammetta appena 2.900. Di essi starebbero ancora combattendo, fra Sahel, Libia e Levante, 900 elementi. I jihadisti tunisini potrebbero essere in quiescenza delegando l’islamismo al partito moderato Ennahda, vicino alla Fratellanza Musulmana, ma la crisi di questa formazione potrebbe farli ripiegare ancora sull’estremismo, senza contare un altro partito simile, Hizb Ut Tahrir. Insomma, il “letargo” degli ultimi anni potrebbe finire, spinto da una nuova “primavera araba” simile a quella che aveva segnato la prima esplosione del fenomeno. 

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