Alla faccia della “zona rossa” rispuntano le Sardine disperate: sono le uniche che possano valicare le Regioni


Di Corrado Ocone – Mai dire mai. Avevamo pensato tutti che, venuta meno la pregiudiziale antisalviniana, sconfitta dagli eventi, che era in definitiva la loro unica ragion d’essere, il movimento delle Sardine, cioè dei giovani dalle “poche idee ma confuse” che avevano fiancheggiato per un periodo il Partito Democratico, si sarebbe subissato in fondo al mare, sovrastato dalle acque di una politica che prova con Draghi a riacquistare un po’ di spessore o sostanza. Una vera moria di pesci. Aver poi visto Mattia Santori farsi testimonial della mortadella, per quanto la cosa suscitasse simbolici accostamenti nella nostra testa, ci aveva confermato nell’affrettata previsione.

E invece no. Con un tempismo senza dubbio apprezzabile, le Sardine rispuntano ora all’improvviso, con obiettivi rivisti e aggiornati. Scendono a Roma, incuranti delle regole che vieterebbero gli spostamenti fra regioni, e fanno bivacco intorno al Nazareno, assembrandosi anche ma rigorosamente “tamponati” (ci hanno fatto bontà loro sapere). In verità, più che come Sardine questa volta si presentano come avvoltoi, quelle bestie che compaiono all’orizzonte (si dice) quando comincia a sentirsi puzza di cadavere. E lo fanno per sottrarre tutto quanto è possibile alle “spoglie immemori”, come direbbe il Manzoni, del perituro. In verità, fatta la tara del forse non elegante paragone, l’agonizzante è questa volta il loro stesso datore di lavoro, quella “Ditta” verso la quale essi si pongono come il “soccorso rosso” di certe infauste memorie italiche. Solo che, a ben vedere, è un po’ come se fosse Dracula che si propone come l’Avis al malato grave e senza più sangue nelle vene.

Fuor di metafora, le Sardine sono il veleno, o uno dei veleni, che stanno facendo morire il Partito che fu dei lavoratori e oggi lo è della Ztl, e non la medicina che può salvarlo. La malattia è la più brutta che possa esserci per un partito politico, e cioè la mancanza di identità, e quindi di un fine o obiettivo condiviso che giustifichi lo stare insieme per fare politica. Un elemento che, se manca, fa restare sul terreno un solo scopo: il potere per il potere, e cioè occupare posti di governo e sottogoverno per sé e per gli amici.

È chiaro che in questa situazione, se non sai più chi sei e cosa vuoi, la variante populista è la più facile. Ed essa è ben rappresentata sia dalle Sardine, che ripropongono al morituro nientemeno che la loro classica ricetta della “bellezza” (sic!), sia da Beppe Grillo, che pure si è affrettato a correre in soccorso riproponendosi come segretario non contento di aver già abbastanza succhiato dal Partito “grillizzandolo”. Ed è ben rappresentata anche, a rifletterci bene, dallo stesso segretario uscente, che avrà pure denunciato (certo con un bel po’ di ritardo!) il cinismo politico dei suoi “vergognandosene”, ma è pure colui che subito ha plaudito al nuovo protagonismo di Santori e compagni e solo qualche giorno prima delle dimissioni se ne era uscito in una lode di Barbara D’Urso. Confondendo la pedagogia gramsciana del nazional-popolare con lo sbracamento mediatico dei programmi trash televisivi.

Come dire: la situazione è grave, ma non è seria. E le spoglie sono immemori soprattutto di un passato, quelli dei comunisti, che fu serio e rispettabile pur nella sua tragicità. Ed è curioso osservare come anche questa volta quella che fu una tragedia stia finendo in farsa.

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